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Il thriller coreano contemporaneo

venerdì 31 Luglio, 2020 | di Juri Saitta
Il thriller coreano contemporaneo
Cinema coreano
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Un po’ Bong, un po’ Yankee

Il grande successo di Parasite è, probabilmente, il punto d’arrivo di una cinematografia, quella sudcoreana, che, dalla fine degli anni Novanta, ha dimostrato più volte di essere particolarmente florida e vitale. Una filmografia che in Italia abbiamo imparato a conoscere soprattutto tramite i suoi registi più apprezzati nei festival internazionali – Kim Ki-duk, Lee Chang-dong, Park Chan-wook, lo stesso Bong Joon-ho -, anche se, in realtà, la produzione del Paese è molto più ricca e variegata, in quanto non comprende soltanto opere autoriali, ma anche e soprattutto titoli più schiettamente popolari e di genere. Tra questi, emergono in modo particolare i film “crime” (thriller, noir, action, gangster movie), che in patria riscuotono grande successo, ma che vengono praticamente ignorati dalla nostra distribuzione.

Pur nella gran varietà di titoli, registi e approcci, il “crime movie” coreano contemporaneo sembra muoversi su due assi portanti: la critica sociopolitica e il debito nei confronti della cultura americana/occidentale. 

Due elementi che contraddistinguono anche il secondo lungometraggio di Bong, Memorie di un assassino – Memories of Murder (2003), il cui successo di pubblico e di critica sembra aver esercitato una certa influenza sui thriller coreani successivi, che ne riprendono infatti alcuni punti tematici e narrativi: dai casi di omicidio irrisolti al ritratto di un sistema-Paese viziato e disfunzionale. Tra i titoli che più marcatamente sentono il debito nei confronti della pellicola del 2003, vi sono indubbiamente The Chaser (2008) di Na Hong-jin, The Unjust (2010) di Ryoo Seung-wan e Confession of Murder (2012) di Jeong Byeong-gil. Infatti, tutti e tre i film partono – proprio come Memorie di un assassino – dalla lunga e difficile caccia a un serial killer, per mostrare i problemi della società sudcoreana: i primi due titoli fanno emergere l’incapacità della polizia e il marciume della classe dirigente, mentre il terzo porta avanti una satira, un po’ grossolana, sulla voracità dei mezzi di comunicazione e sulla stupidità di un Paese, che fa di un presunto assassino una vera e propria star mediatica. E, se l’influsso tematico/narrativo di Bong è evidente, non meno chiara è la matrice culturale occidentale, in particolare quella statunitense, presente soprattutto a livello linguistico: 

The Chaser è un thriller teso, in cui la caccia all’assassino è raccontata con alte dosi di ritmo e di suspense, ottenute da una regia e da un montaggio di palese impronta hollywoodiana; The Unjust parte dalla ricerca di un serial killer. per concentrarsi completamente sugli intrighi, l’arrivismo e la corruzione di poliziotti e magistrati, ricordando per questo i romanzi di James Ellroy e Don Winslow; Confession of Murder, invece, è un thriller modellato palesemente sull’action movie made in USA, con i suoi numerosi inseguimenti, colpi di scena e scontri armati. 

In tutti questi casi, però, i canoni estetici e narrativi del cinema e della letteratura statunitensi vengono riflessi in modo “distorto” e portati fino al parossismo, in quello che, probabilmente, è l’effetto della rielaborazione coreana di una cultura “altra” e lontana.  Così, se nel film di Na Hong-jin è il tasso di violenza a essere estremizzato, negli altri due titoli sono i ritmi, i toni e la scrittura, pur di chiara matrice americana, a risultare decisamente sopra le righe: l’andamento è spesso frenetico e con poche pause, la carica adrenalinica è esasperata e i colpi di scena – in primis, quelli del lavoro di Jeong Byeong-gil – sono spesso forzati e poco credibili. Tutti elementi che segnano anche una differenza fondamentale, tra le ultime due opere citate e il thriller di Bong: se con il suo ritmo scorrevole e il suo tono dimesso, Memorie di un assassino univa il cinema autoriale a quello popolare, gran parte dei crime movie successivi sono palesemente delle produzioni di puro intrattenimento, che mirano soprattutto a raggiungere la più ampia fascia di pubblico possibile, anche quando portano avanti dei discorsi più o meno “impegnati”.

Va inoltre aggiunto che vi sono crime movie coreani, a sfondo sociopolitico, che partono da soggetti e contesti completamente diversi da quelli dell’opera di Bong. Ne è un esempio virtuoso New World (2013) di Park Hoon-jung, gangster-movie dove la lotta per il potere, all’interno di un grande gruppo mafioso, diventa l’occasione per tracciare un parallelismo tra la criminalità organizzata e il mondo politico e finanziario. Qui, infatti, non solo la gang al centro del film è strettamente connessa all’universo economico, ma inoltre gli intrighi, le strategie e i riti dei personaggi assomigliano non poco a quelli presenti nelle sfere dirigenziali di un partito, o di una società per azioni. Il tutto portato avanti con una narrazione lineare, ma intricata, che si muove tra poliziotti infiltrati, alleanze fra sottogruppi e numerosi colpi scena, proprio come accade in molti gangster movie hollywoodiani, dai quali l’opera prende in prestito diversi elementi stilistici e narrativi.  In fondo, anche il parallelismo tra criminalità, politica e finanza sembra avere una definita matrice statunitense: quella della trilogia del Padrino, alla quale il regista sembra direttamente ispirarsi. E, al contrario di come accade in altri crime movie coreani, New World non esaspera gli stilemi hollywoodiani, ma li rispetta pienamente: le sorprese sono numerose, ma credibili, la violenza è presente, ma non esacerbata e l’andamento è teso, ma non privo di pause e di momenti di riflessione, proprio come nei film di Coppola.    

Meno interessante sotto il profilo estetico, ma comunque rappresentativo del connubio tra genere, critica sociale e modello occidentale, è The Berlin File (2013) di Ryoo Seung-wan, intricata spy story a sfondo politico che, ispirandosi alla letteratura di John Le Carré – citata anche in una scena del film -, affronta il conflitto tra le due Coree, muovendo delle forti critiche alle classi dirigenti di entrambi i Paesi, viste come corrotte e tese al compromesso al ribasso. Qui, al contrario di come accade in New Word, i toni sono esasperati e sopra le righe, soprattutto nella caratterizzazione dei personaggi e nell’alto tasso di violenza: in fondo, il regista è lo stesso di The Unjust e questo si nota, tanto nella narrazione, quanto nella messa in scena.

Nonostante l’influsso occidentale e la critica sociale siano i tratti distintivi del noir coreano contemporaneo, vi sono film che esulano da tali componenti, per affrontare storie criminali con un approccio più intimista e dimesso. È il caso, per esempio, di Perfect Number (2012) di Bang Eun-jin e Montage (2013) di Jeong Geun-seop, due thriller dove l’azione e l’aspetto sociale lasciano completamente il posto al ritratto psicologico dei personaggi. I due film, infatti, partono rispettivamente da un omicidio per legittima difesa e da un caso di assassinio irrisolto, per scrutare i segreti e i sentimenti più reconditi dei protagonisti, sfiorando in diversi momenti il mélo. Tutto ciò è raccontato con dei toni tenui e delicati, in qualche modo più vicini allo sguardo – non alla qualità – del cinema giapponese di Hirokazu Kore-eda che ai melodrammi o ai thriller di Hollywood.

Quella criminale coreana è, dunque, una filmografia che possiede sì dei forti tratti distintivi, ma ha, al suo interno, anche numerose variabili, che dimostrano quanto tale produzione sia vasta e multiforme. Merito di un successo popolare, che permette la convivenza di diverse sensibilità e tipi di cinema, dal poliziesco sociale al thriller psicologico, dall’action di puro intrattenimento a opere che ibridano esigenze commerciali con ambizioni autoriali.

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