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Kim Ki-duk

mercoledì 28 Agosto, 2013 | di Massimo Padoin
Kim Ki-duk
Festival
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SPECIALE AUTORI VENEZIA 70 – PARTE II
Atto di sincerità
Il miglior ritratto possibile su Kim Ki-duk è Arirang. Autore attratto dall’occidente come pochi, è con L’isola che riesce per la prima volta a suscitare l’attenzione e lo scalpore internazionale presentando la pellicola alla Mostra del cinema di Venezia, suo debutto nel principale circuito festivaliero.

Elemento di svolta prima di tutto personale: finalmente era soddisfatta quella necessità di affermazione internazionale da sempre ricercata, in contraltare a quella mai ricevuta in patria. Un conflitto tra il regista e la sua nazione quasi insanabile, dove lo sguardo nei confronti della Corea del Sud si fa aspro nella condanna capitalistica e di una società formata dallo squallore di un mondo suburbano, dominato da un determinismo sociale degradante e mediacritica_kim_ki_duk1aviolento (Pietà ne è la rappresentazione più secca), che unito al paesaggio superficialmente rassicurante della parte agiata e borghese del paese, è capace di mostrare l’assenza di una qualsivoglia morale etica, trascinandola in un bieco sadismo nei confronti di chi non appartiene alla propria comunità (Ferro 3). È nella commercializzazione della sessualità che molte delle sue narrazioni si soffermano. Da Birdcage Inn a Bad Guy, passando per L’isola, la prostituzione diviene scambio, in alcuni casi morboso, tra corpi non sempre attratti tra loro, dove la disomogeneità fisica e anagrafica regna sovrana. In Kim Ki-duk tutto questo non rappresenta mai un tema di denuncia, ma al contrario viene spesso idealizzato, come la conclusione di Bad Guy ci suggerisce, provocando l’accusa di misoginia di cui l’autore sarà più volte bersaglio. Ancora più provocatoriamente Kim Ki-duk torna sull’argomento definendone i contorni con La Samaritana, in cui la prostituzione di due agiate adolescenti è vista come forma di veloce arricchimento, non per questo degradante ma al contrario spensierata perché nutrimento dell’anima, dove la felicità di se stessi passa attraverso quella di coloro con cui interagiamo. Una forma di benessere in qualche modo circolare che necessita di essere inscritta all’interno di un paesaggio molto più complesso, come quello de Primavera, Estate, Autunno, Inverno… e ancora Primavera, dove un equilibrio tra il giusto e il sbagliato esiste nell’ordine naturale delle cose, ma che prima deve esser introiettato dall’essere nella propria esperienza, perennemente in costituzione, e dove la circolarità del percorso d’apprendimento morale non termina mai. Arirang, nella sovversione di due delle cifre stilistiche fondanti di Kim Ki Duk, indirettamente le riafferma: il mutismo dei protagonisti qui è stravolto da un fiume di parole tra l’autore represso – schiacciato dalla propria crisi artistica ma anche dal peso del proprio ruolo -, un se stesso cinico e distaccato, e la propria ombra, emanazione visiva dell’irriducibile leggerezza spirituale. Allo stesso tempo la violenza così presente e pressante, sempre dettagliata nella sua crudezza, in Arirang viene sublimata, fatta intuire solo dal suono nel momento dell’azione: è qui che la forza di questi elementi si unisce e riafferma la cifra del suo autore, perché proprio nel momento in cui cala il silenzio è l’azione che riprende la capacità più profonda di descrivere lo stato d’animo del protagonista. Proprio quando Kim Ki-duk non fornisce più alcuna spiegazione del proprio agire allora sì che torna al proprio cinema, dove a scandire la narrazione è l’assenza di alcuna anticipazione delle azioni dei suoi protagonisti. Quello di Kim Ki-duk è da sempre un cinema completato nell’inseguimento di un’iconografia, una mitografia occidentale che dona un’enigmaticità significativa superiore alle proprie opere, un cinema da sempre attraversato tra l’irrealtà del sogno e l’insostenibile crudezza della realtà, tra ciò che è il reale e ciò che è rappresentato nel reale.

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