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Amidei 40: le nostre minirecensioni

sabato 31 Luglio, 2021 | di Edoardo Peretti
Amidei 40: le nostre minirecensioni
Festival
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NUDO DI DONNA di Nino Manfredi (1981)

Le crisi di coppia mi hanno rotto I c…ni!”. Esclamata all’inizio di Nudo di donna da un personaggio secondario, un amico di famiglia, è una frase in qualche modo significativa di come il film si volesse porre con una certa originalità in quel filone in cui la commedia all’italiana, i suoi protagonisti e le sue protagoniste sempre più raccontavano i retroscena del talamo nuziale. Una vicenda quindi già nota e vista  di coppia benestante in preda a turbolenze intime che viene fatta uscire dalle mura di casa e immersa nel paesaggio decadente e “irreale” del carnevale veneziano e della città lagunare d’inverno. Le onnipresenti maschere carnevalesche sostengono il tema del doppio, su cui tutto il film gioca e che costituisce il suo motivo di maggiore interesse, come a voler lasciare il dubbio di una realtà, quella dei sentimenti e dei desideri come quella delle identità, indecifrabile e pirandelliana. Pur con aspetti e momenti più riusciti di altri, Nudo di donna conferma dopo l’ottimo Per grazia ricevuta (1971) il talento di Nino Manfredi dietro la macchina da presa, e anche un suo certo gusto estetico, lasciando la sensazione che l’attore laziale con una maggiore assiduità in cabina di regia sarebbe potuto diventare uno degli autori di punta della nostra commedia. Originariamente il film era stato affidato ad Alberto Lattuada, il quale si sfilò per incomprensioni con la produzione.

FANTASMA D’AMORE di Dino Risi (1981)

Opera atipica nella filmografia di Dino Risi, Fantasma d’amore costituisce con l’ottimo Anima persa (1976) una sorta di dittico melodrammatico basato su morbosità e ossessioni, in cui il passato non scorre, o torna presentando un conto salato. Lontano dagli orizzonti del Risi acuto e sardonico osservatore di costume, il film accantona le risate, tiene a bada le unghie affilate e sceglie il tono mesto dei rimpianti e quello angosciato dell’ossessione e della follia. In questo crepuscolare e scapigliato film di fantasmi, Dino Risi abbandona l’etichetta di regista invisibile e grande artigiano, capace di esaltare i dettagli di sceneggiature perfette, mostrando eleganza visiva e capacità estetica nel tratteggiare atmosfere: centrale è il ruolo della nebbiosa Pavia invernale. È proprio soprattutto questo aspetto a rendere Fantasma d’amore, pur se complessivamente inferiore al “gemello diverso” Anima persa – basato su tare familiari e non sentimentali, ricco di momenti da commedia qui quasi del tutto assenti – e pur non privo di debolezze, un affascinante, tetro e inquieto oggetto alieno di un’intera filmografia.

LA TRAGEDIA DI UN UOMO RIDICOLO di Bernardo Bertolucci (1981)

Gli anni di piombo e la loro complessità sono stati spesso raccontati dal nostro cinema con l’ottica del rapporto padri/figli e delle incomprensioni e scontri generazionali. È il caso, per esempio, di Colpire al cuore (1982) di Gianni Amelio o di Caro papà (1979) di Dino Risi. Un padre è protagonista anche del film di Bertolucci, film in cui la questione viene filtrata dalla disillusione e dall’autoanalisi di un ricco caseario della bassa parmense, a cui un intenso Ugo Tognazzi conferisce una dolorosa e ridicola inettitudine interiore, morale e intima. Bertolucci sceglie un approccio intimista, e chissà quanto l’affidarsi al privato e il preferire il disincanto alla rabbia fossero segni della disillusione e dello smarrimento di chi ha visto negli anni svanire gli ideali di lotta e di protesta nell’incubo del terrorismo. È in qualche modo come se al “borghese bolscevico” (definizione apparsa su queste pagine) Bernardo Bertolucci fossero rimasti come strumenti per osservare una realtà complessa solo i rovelli e le condizioni del primo termine. Aldilà di un’eccessiva letterarietà di molti dialoghi, forse l’unica vera pecca del film, La tragedia di un uomo ridicolo è un ritratto impietoso e crudele, pur non mancando talvolta di un sottofondo di vago affetto nei confronti del caseario, e sommesso fin nello stile molto più asciutto e controllato rispetto a molte opere precedenti e successive di Bertolucci.

IL CINEMA DI BONIFACIO ANGIUS

Protagonista della sezione “Sguardi indipendenti” del 40° Premio “Sergio Amidei”, il sardo Bonifacio Angius è cantore di marginalità e periferie, umane ancor prima che urbane, raccontate con le spigolosità di uno sguardo lucido, all’occorrenza severo, quanto con la tenerezza e l’affetto di uno sguardo anche partecipe e caloroso, sicuramente umanista. Più drammatico e doloroso Perfidia (2014) e più sul versante della commedia amara, mesta e allo stesso tempo vivace, Ovunque proteggimi (2018), i film di Angius tratteggiano personaggi spersi e immobili in un’esistenza caratterizzata da mancanza di prospettive, passioni e stimoli, noia, ripetizioni e dipendenze (alcool e slot machine sono presenze ricorrenti). Le illusioni – una vita e una famiglia comuni in Perfidia, la fuga con una marginalità affine in Ovunque proteggimi – paiono essere le uniche possibili ancore di salvezza. Sullo sfondo, il lavoro sui paesaggi e sui luoghi sottolinea con forza ed efficacia, come fossero delle casse di risonanza di stati emotivi, le condizioni dei personaggi: che sia il paesaggio sardo che oltre la sua bellezza mostra anche le sue asperità, i palazzoni delle periferie urbane o i bar di quartiere. È quello di Angius un cinema estremamente ancorato al suo territorio, nei luoghi, nelle voci e nei “tipi”, ma capace di tratteggiare condizioni di smarrimento comuni nelle mille province e periferie dello stivale. 

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