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E ora parliamo di… Jonathan Demme

sabato 6 maggio, 2017 | di Marco Longo
E ora parliamo di… Jonathan Demme
Review
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Una sconfinata passione
È il 1974 quando Jonathan Demme, trentenne, si cimenta con un esordio non facile nella regia: a riguardarlo oggi Femmine in gabbia sembra un film fatto con poco e niente, ma nel raccontare, tra satira e denuncia, la ribellione di un gruppo di donne alla vita crudele del carcere (la direttrice repressa su sedia a rotelle interpretata da Barbara Steele…) mostra l’abilità rara di mettere in gioco idee e inventiva, fedele fino in fondo alla factory di Roger Corman che aveva affidato a Demme i primi incarichi da sceneggiatore.

Demme manca il successo, negli anni avrà bisogno di altri film per acquisire mestiere, ma la sua cifra peculiare è evidente fin dagli inizi: l’amore per le storie, la fedeltà ai personaggi, il coraggio nel muovere la macchina da presa lungo il confine di un’emozione. Nella finzione come nel documentario, è stato un maestro per la capacità di partecipare delle verità di un racconto. mediacritica_jonathan_demme_290Titoli come Il segno degli Hannan, Qualcosa di travolgente e Una vedova allegra… ma non troppo sono già piccoli tesori, trasversali ai generi, che anticipano i capolavori degli anni Novanta. Prima Il silenzio degli innocenti, film perfetto nell’abitare la contraddizione tra sguardo e oggetto del guardare, varcando la soglia dell’immorale senza farsene davvero contaminare: premiato dall’Academy, indimenticato lavoro di attori, oggi un film-manuale per studenti di regia, la prova concreta che ogni movimento di macchina, ogni trovata di messinscena, possono connettersi a una domanda profonda e totalizzante – quella che il film rivolge allo spettatore. Poi Philadelphia, pacato quadro intimista, lezione sulla paura non più metafisica ma sociale, ancora una volta aderente al destino dei protagonisti, forse i primi piani più belli del cinema americano di fine secolo. Dopo Beloved, sulla condizione afroamericana, il gesto cinefilo di alcuni remake spesso divertiti (The Truth About Charlie) o aggiornati al presente (The Manchurian Candidate), passando sempre in rassegna l’America della gente comune, divisa tra sogno e dolore, capace di riconciliarsi davvero, come nel bellissimo Rachel sta per sposarsi e nell’ultimo Dove eravamo rimasti, soltanto tra le note di una canzone. La musica è vero fulcro del cinema di Demme, che accanto a straordinarie colonne sonore vanta la regia di innovativi film-concerto (Stop Making Sense, con i Talking Heads) o documentari musicali (specialmente con Neil Young). Con la sua scomparsa il cinema perde una figura autentica, umanamente grande, che negli ultimi anni di carriera aveva dato moltissimo anche al documentario politico: guardare The Agronomist e innamorarsi della forza del giornalista haitiano Jean Dominique, significa del resto accordare a Demme, anche nei lavori più piccoli, il carisma di un’eredità morale.

3 Comments

  1. oyster says:

    Ah ma che bell’articolo. Una morte passata quasi inosservata quella di Demme, non ho tutt’ora capito bene perché…

  2. Yeah! says:

    Bellissima analisi!

  3. Dory says:

    Già con “qualcosa di travolgente”, una delle migliori commedie statunitensi(e non solo) degli anni ’80, era andato vicino al capolavoro

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