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Il debito

lunedì 19 Settembre, 2011 | di Lisa Cecconi
Il debito
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Quando il cattivo non muore
1966. Tre profili emergono dall’ombra. Due uomini e una donna, agenti del Mossad, avanzano verso la gloria di una missione compiuta. Hanno catturato Dieter Vogel, “il chirurgo di Birkenau”, nazista responsabile di atroci torture. Per impedirne la fuga, la donna, Rachel, ha dovuto ucciderlo.

Trent’anni dopo, a Tel Aviv, un libro commemora le loro gesta ma se Rachel e Stefan raccolgono gli onori, il terzo agente, David, si suicida. Perché quel giorno Vogel è fuggito e la fama che avvolge i tre ha il colore della menzogna. Remake dell’israeliano Ha-Hov, di Assaf Bernstein (2007), “Il debito secondo John Madden” si avvale di un cast eccellente. Alla infallibile Helen Mirren e a una Jessica Chastain in folgorante ascesa (The Tree of Life, Wilde Salome) si affiancano lo squisito cinismo di Tom Wilkinson, l’arroganza prestante di Marton Csokas e persino un Sam Worthington (Avatar, Scontro fra titani) di inedita intensità. Non è poco perché Il debito è soprattutto un film di volti. Volti stanchi e provati, adombrati da cupi ricordi, congestionati dalle nevrosi, sfigurati da finzioni protratte e da segreti inconfessati. Su quei visi contratti emerge il non detto che non trova riposo. Il resto è solo sfondo, contesto ordinario. Non importa se si tratta della quiete di una spiaggia o della calca di un ricevimento, per i custodi della verità resta comunque uno scenario estraneo, separato da un vetro. Un surrogato di vita vera che corrompe le immagini stesse, piegandole a strumento di falsificazione. Stretti nei lacci di un’intimità coatta, Rachel e Stefan sono mondi isolati tra i quali, ancor più solo, orbita David. Lo sono, per motivi diversi, tanto a Berlino quanto a Tel Aviv, nel ’97 come nel ’65, e la miscela fluida di passato e presente non serve che a questo: a rendere la misura di un isolamento che attraversa implacabile gli anni e i luoghi. Questa dimensione interna, sulla quale spazio e tempo collassano, non è però a discapito dell’azione che anzi irrompe, con dinamismo esplosivo, nella staticità di attese e appostamenti. Ne deriva un concentrato di tensione – fisica, erotica, drammatica – che raggiunge il suo apice nelle sequenze interne all’appartamento, dove i tre tengono Vogel, prigioniero e sono a loro volta confinati. Costretti a divider(n)e lo spazio ristretto e ad ascoltare senza controbattere, gli agenti sperimentano l’odiosa ambiguità di uno statuto in bilico tra la parte della vittima e quella del carceriere. Accanto ai primi piani serrati e alla prossimità dei corpi, a rendere il senso di claustrofobia ci pensa Ben Davis, direttore della fotografia, abile nel distinguere pozzanghere di luce alogena avvolte dall’oscurità, gelidi cieli azzurri e luminescenze verde acido. Al debito delle vittime del criminale nazista si somma quello di un popolo ingannato da chi sostiene di aver fatto giustizia. “La verità è un lusso”, sacrificabile alla ragione di Stato, all’orgoglio dei figli e alle aspettative di una nazione offesa. E nella presunta esecuzione di un simbolo di terrore il film trova, a posteriori, ulteriore attualità.

Il debito [The Debt, USA 2010] REGIA John Madden.
CAST Helen Mirren, Tom Wilkinson, Jessica Chastain, Sam Worthington.
SCENEGGIATURA Matthew Vaughn, Jane Goldman, Peter Straughan. FOTOGRAFIA Ben Davis. MUSICHE Thomas Newman.
Drammatico/Thriller, durata 114 minuti.

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