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Ana Arabia

sabato 24 Maggio, 2014 | di Francesco Grieco
Ana Arabia
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Forme della convergenza
Nei tanti film diretti da Amos Gitai non è difficile riscontrare il frequente utilizzo di piani sequenza, coerentemente con uno sguardo registico intento a soffermarsi con attenzione sulla realtà, e in particolare sulla realtà del conflitto israelo-palestinese, cercando di coglierne l’essenza, anche a partire da quegli elementi apparentemente trascurabili, destinati solitamente a essere lasciati fuori campo dal montaggio tradizionale.

Ana Arabia, sulla scia del mirabile Arca russa di Sokurov, è un unico, virtuosistico piano sequenza, che segue fluidamente i passi della giornalista Yael, cui è stato assegnato un servizio sulla famiglia di Siam, un’ebrea polacca sopravvissuta all’Olocausto, trasferitasi in Israele e convertitasi all’Islam in seguito al matrimonio con l’arabo Youssef.mediacritica_ana_arabia1a A partire dal momento in cui, dopo aver inquadrato degli alberi tagliati, esterni al cortile in cui è ambientato il film, la macchina da presa varca, insieme a Yael, la porta che conduce alle abitazioni degli intervistati, il film è tutto un susseguirsi di incontri e dialoghi, tra il serio e il faceto, che generano un andamento ondivago, una progressione narrativa centrifuga e dispersiva. Alcune delle conversazioni tra Yael e le persone con cui parla sono spontanee e naturali, altre, come quella con Miriam, la figlia di Siam, piuttosto didascaliche (“Dicono che l’amore sia più forte della morte”). Ne deriva una serie eterogenea e disordinata di informazioni e aneddoti, di vario interesse, un vero e proprio puzzle di racconti e storie: da quella di Antar, lo schiavo nero innamorato di una donna libera bianca, a quella di Tobia, che allevò un bambino di famiglia palestinese come un ebreo, finché diventò un soldato dell’esercito israeliano. Il tema – a cui corrisponde perfettamente sul piano formale la scelta del piano sequenza – che qui unisce ciò che abitualmente risulta scisso nel conflitto di immagini del montaggio, è sempre quello dei tentativi di convivenza pacifica tra israeliani e palestinesi, sulla scia del matrimonio felice di Siam e Youssef, un’unione che il figlio della coppia, Jihad, non è riuscito a imitare, sposandosi con Sara. Il film non dà risposte precise e il rischio, amplificato dai discorsi superficiali di alcuni personaggi, che descrivono il loro Paese come il migliore del mondo, una sorta di paradiso in Terra, è quello di rappresentare in maniera idilliaca e semplificata un conflitto tuttora aperto. Ma il sano realismo senza sconti dei precedenti film di Gitai e il dolly sulla città, nel finale, prima che la cinepresa prosegua il suo volo simbolico verso il cielo, aiutano a contestualizzare il microcosmo tutto sommato sereno di Ana Arabia all’interno del cinema-mondo di Gitai, di rara raffinatezza e complessità.

Ana Arabia [id., Israele/Francia 2013] REGIA Amos Gitai.
CAST Yuval Scharf, Yussuf Abu-Warda, Sarah Adler, Assi Levy, Uri Gavriel.
SCENEGGIATURA Amos Gitai, Marie-Jose Sanselme. FOTOGRAFIA Giora Bejach.
Drammatico, durata 85 minuti.

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