Alle origini c’è il déjà vu
Regno Unito, 1974. Un egocentrico professore dell’Università di Oxford conduce una serie di macabri esperimenti su una giovane apparentemente affetta da bipolarismo schizoide al fine di dimostrare scientificamente che i cosiddetti fenomeni di poltergeist e telecinesi altro non sono che mere espressioni di energia negativa autoprodotta dall’individuo stesso.
Nel vano tentativo di estirpazione di tali forze oscure, eventi inaspettati e di matrice sovrannaturale prendono il sopravvento con conseguenze devastanti per chiunque ne venga a contatto. Film prodotto dall’iconica e leggendaria casa di produzione britannica Hammer, l’intenzione di base su cui verte la pellicola del regista-sceneggiatore John Pogue, qui al suo secondo lungometraggio dopo l’apprezzato Quarantena 2 – Terminal, è quella di (ri)creare un ulteriore spunto di riflessione sull’eterno dibattito/scontro tra razionalità e credenze a sfondo esoterico e religioso senza, tuttavia, concedere allo spettatore un reale approfondimento o punto di svolta al riguardo. Lo stesso impianto narrativo con tanto di accademico pragmatico e razionalista, dimore abbandonate e crepitanti, un numero esponenziale di microfoni disposti in posizioni strategiche e che captano strane interferenze e fanciulle affette da deliri psicotici o semplicemente “possedute”, strizza l’occhio ad intramontabili classici del genere, su tutti Gli invasati di Robert Wise. Tali cliché consolidati vengono imbastiti e modernizzati all’interno di una narrazione caratterizzata da elementi “lo-fi”, riprese amatoriali e sgranate di un giovane cameraman che fa parte del team di ricerca, e da colori desaturati in una sorta di found footage già sperimentato in pellicole del calibro di The Blair Witch Project, Rec e Paranormal Activity, e in cui il presente si alterna e confonde con inserti mockumentaristici di vario genere. Ad una prima parte scientifico-investigativa dal sapore prettamente didascalico e informativo ed in cui la pellicola segue un andamento più cadenzato e convenzionale, dunque, segue un’accelerazione e decostruzione dei tempi narrativi per mezzo di un taglio amatoriale-documentaristico che dona la giusta e necessaria consistenza emotiva e scossa adrenalinica ad una storia di per sé per nulla innovativa. Il risultato finale, tuttavia, non riesce a impartire quel qualcosa in più al genere stesso e ciò che resta a fine visione è uno sconsolato senso di déjà vu che poco si confà al pur sempre esigente cultore dell’horror che, come tale, ha sempre fame di nuove astuzie tematiche e stilistiche.
Le origini del male [The Quiet Ones, Regno Unito 2014] REGIA John Pogue.
CAST Jared Harris, Olivia Cooke, Rory Fleck-Byrne, Erin Richards, Sam Claflin.
SCENEGGIATURA Craig Rosenberg, Oren Moverman, John Pogue. FOTOGRAFIA Mátyás Erdély. MUSICHE Lucas Vidal.
Horror, durata 98 minuti.