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Inside Llewyn Davis

sabato 30 Novembre, 2013 | di Edoardo Peretti
Inside Llewyn Davis
Festival
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31° Torino Film Festival, 22-30 novembre 2013, Torino

Non è un paese per perdenti
I detrattori (a dire il vero, pochi) e chi non si è fatto conquistare dall’entusiasmo per Inside Lewyn Davis hanno basato le loro perplessità sul fatto che i fratelli Coen sono freddi, eccessivamente programmatici e fastidiosi nella loro perfezione, con quella che, sempre secondo loro, è la loro aria da secchioni primi della classe.

I secchioni primi della classe, però, fanno temi impeccabili e formalmente perfetti, ma vuoti e privi di anima e calore; e, al di là dell’effettiva perfezione formale, questa è un’accusa che, se poteva trovare qualche vago fondamento in alcuni momenti di certe loro opere passate, lascia il tempo che trova se si parla di Inside Llewyn Davis. L’ultima mediacritica_inside_llewyn_davis_290fatica dei fratelli di Minnesota è infatti anche la loro opera più calorosa e malinconica, al limite dell’elegia; quella in cui mostrano più empatia e partecipazione alle vicende del protagonista e alle sue sfighe. Sì, perché il giovane cantante folk Llewyn Davis, dal talento innegabile e dall’altrettanto innegabile sfortuna, è un perdente: lo è per l’assoluta fedeltà alla coerenza artistica, lo è perché la sorte gli fa pagare con interessi salatissimi ogni minimo errore e ogni ingenuità, lo è perché non capisce e non vuole capire le regole del gioco, e lo è anche perché un po’ il destino si prende gioco di lui. Se i Coen hanno fondato molti dei loro capolavori sulla beffarda e sarcastica rappresentazione della stupidità e della cattiveria umana, con la seconda consequenziale alla prima, e in quei casi le vittime erano innanzitutto vittime delle loro stesse meschinità (si pensi a Fargo, a L’uomo che non c’era o a Burn After Reading), negli ultimi dieci anni la loro attenzione sembra essersi spostata più verso l’analisi degli oppressi loro malgrado, dalle circostanze, da azioni altrui o dal fato: processo già visibile con il personaggio dello sceriffo di Non è un paese per vecchi, e che ha trovato compimento con A Serious Man e con questa loro ultima fatica (e in questo discorso si può inserire anche Il Grinta, dove il cowboy protagonista è vittima dei tempi che cambiano). Questo ha portato anche all’accentuarsi del loro pessimismo, che assume connotazioni quasi metafisiche, più evidenti nel finale della parabola biblica e yiddish ne A Serious Man e qui accennate dalla sequenza conclusiva, molto simile ma significativamente non identica a quella d’apertura, come a dire che le cose per il povero protagonista non cambieranno mai, in una continua spirale di fallimenti e sconfitte. Opera tenera e malinconica, dicevamo, meno beffarda di altre: con questo non significa che il cinismo e il gusto dell’assurdo del “Coen’s touch” siano assenti. La loro presenza è anzi costante, ma allo stesso tempo anche meno esplicita e più sommessa, partecipe alla mestizia del loro eroe.

Inside Llewyn Davis [id., USA/Francia 2013] REGIA Ethan e Joel Coen.
CAST Oscar Isaac, Carey Mulligan, John Goodman, Garrett Hedlund, Justin Timberlake.
SCENEGGIATURA Ethan e Joel Coen. FOTOGRAFIA Bruno Delbonnel. MUSICHE t.Bone Burnett.
Drammatico, durata 105 minuti.

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