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Street of Death

sabato 9 dicembre, 2017 | di Redazione Mediacritica
Street of Death
Festival
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Voto autore:

13° Festival del cortometraggio mediterraneo “Passaggi d’autore. Intrecci mediterranei”, Sant’Antioco, 5 – 10 dicembre 2017

In collaborazione con Passaggi d’autore 2017, pubblichiamo la prima di due recensioni scritte durante il “Laboratorio di critica cinematografica” tenuto da Edoardo Peretti e organizzato dal festival sardo.

Racconti di una gioventù libanese
Street of Death parla di morte, povertà e violenza. A livello umano fa una paura del diavolo anche solo pensare che nelle periferie libanesi si viva ancora in quella maniera; figuriamoci vederlo proiettato con crudezza e senza filtri sullo schermo.

Il cortometraggio è narrato dal punto di vista di un ragazzo del posto che ha visto tanto, forse troppo. La voce è giovane ma ha il tono cinico e disincantato di un vecchio reduce di guerra. Il caos di una città al limite dei disordini civili si avverte per tutti i ventidue minuti del lavoro di Ghossein.mediacritica_street_of_dead_290 Anche il montaggio è particolarmente caotico, come se le riprese fossero state apparentemente tagliate con una mannaia senza uno schema preciso, senza badare al girato. In realtà c’è un lavoro di regia e, appunto, di montaggio notevole e non banale, che sia quello visivo o quello sonoro. I tagli sincopati, il forte rombo di un aereo in atterraggio, le raffiche di kalashnikov e gli insulti verso il governo si intervallano con le melodie dance di quella che potrebbe essere considerata una “balera” libanese. Poi arrivano le moto. Tutti sembrano avere la passione sfrenata per le moto da strada e per le acrobazie su due ruote. Probabilmente è uno dei pochi passatempi ancora permessi dal clima ostile che si respira in quel paese scosso dai conflitti. Un posto in ginocchio davanti ad una povertà dilagante che fagocita l’anima dei suoi cittadini. Anche l’anima del narratore sembra aver subito la stessa sorte. Ci racconta di come abbia condannato un suo amico e la sua ragazza fedifraga ad una morte improvvisa e senza senso, augurandosi che brucino all’inferno per l’eternità. Si passa poi in un battito di ciglia ad un matrimonio libanese, musiche, danze e sorrisi non smettono quando i parenti della coppia scaricano il caricatore di una pistola verso il cielo e continuano a ballare. Sembra un far west ricco di incenso e particolarmente speziato, anche se l’immagine poetica che tutti hanno dei territori arabi sembra sempre venir surclassata dalla rappresentazione di una dilagante povertà, che a spintoni scaccia ogni traccia di poesia. Street of Death è qualcosa di crudo che deve essere gustato e visionato in quanto tale, senza nessun tipo di addolcimento o di umorismo di fondo. La pillola non può essere indorata e questo Ghossein lo sa perché vive in quei posti. Ogni spettatore deve rendersi conto che le immagini che gli passeranno davanti agli occhi rispecchiano una realtà composta da pecore che, lentamente, si stanno trasformando in lupi.

Street of Death [id., Libano 2017] REGIA Karam Ghossein.
CAST Mouzer Baalbaki (voce narrante).
SOGGETTO Karam Ghossein. FOTOGRAFIA Karam Ghossein. MONTAGGIO Vartan Avakian.
Documentario, durata 22 minuti.

Autore: Alessandro Caredda
Coltiva la passione per la scrittura, la sceneggiatura e il cinema fin dall’adolescenza, trangugiando film horror, videogames e fumetti. I suoi autori preferiti sono Alexandre Dumas e Garth Ennis, passando per Palahniuk e O’Brian. Diplomato alla Namm come tecnico del suono.

Street of Death
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