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In questo numero

Ema

domenica 1 Settembre, 2019 | di Juri Saitta
Ema
Festival di Venezia
1
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Voto autore:

76. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, 28 agosto – 7 settembre 2019, Lido di Venezia

La ribellione emotiva
Con Ema Pablo Larraín porta al Lido a tre anni dal precedente Jackie un film tanto affascinante quanto indecifrabile, almeno in un’ottica autoriale, in quanto distante nei temi, nei toni e in alcune scelte formali da tutte le sue opere precedenti. Questo a cominciare dalla vicenda narrata, parzialmente slegata dal contesto sociale e completamente incentrata sulla Ema del titolo, una giovane ballerina di Valparaíso che, dopo aver lasciato il problematico figlio adottivo Polo, entra in crisi con il marito e coreografo Gastón e va alla ricerca di nuovi rapporti sessuali e sentimentali, in quella che è un’esistenza solo in apparenza dispersiva e senza meta.

Prevalentemente concentrata su temi privati come la maternità e l’evoluzione del concetto di famiglia, l’opera in questione sembra davvero lontana dalle riflessioni pubbliche delle altre pellicole del regista cileno, anche se un piccolo e generico elemento di continuità sembra comunque essere presente: l’attenzione al rapporto tra individuo e collettività, questione affrontata – pur con prospettive e modi completamente differenti – anche da titoli come Tony Manero e Post mortem.
Come dimostra la sequenza in cui la protagonista brucia un semaforo (simbolo delle regole), Ema è allergica alle leggi, alle istituzioni e ai codici morali che guidano la società, visti come degli ostacoli da superare o da raggirare per poter vivere ed esprimersi in modo assolutamente libero e spontaneo, anche correndo il rischio di sbagliare o di essere incoerenti. La protagonista è, dunque, un’outsider, una ribelle, ma la sua è una ribellione priva di ideologia, tutta concentrata su questioni personali ed emotive. E anche se apparentemente vacua e disorientata, la donna dimostrerà invece di essere capace di perseguire obiettivi chiari anche se singolari, diventando quindi il possibile simbolo di una generazione a prima vista spaesata e superficiale, ma capace in realtà di travalicare i limiti imposti dalla società.
Il tutto portato avanti con dei toni che uniscono melodramma e commedia, dialoghi dolorosi e momenti umoristici, oltre che con un’estetica pop composta da colorate luci al neon e musiche elettroniche che rendono Ema l’opera più accattivante del regista sudamericano, sicuramente distante dall’austerità de Il club ma anche dall’uso critico dell’estetica anni ‘80 di No – I giorni dell’arcobaleno.
E anche se forse Ema è un Larraín minore e meno ambizioso, siamo comunque di fronte a un lavoro assolutamente interessante e affascinante, il cui giudizio definitivo va forse sospeso in attesa di capire se gli elementi pop, leggeri e intimisti daranno vita a un nuovo corso nella poetica del regista o se invece costituiscono una parentesi all’interno della sua filmografia.

Ema [id., Cile 2019] REGIA Pablo Larraín.
CAST Mariana Di Girolamo, Gael García Bernal, Santiago Cabrera, Mariana Loyola, Catalina Saavedra.
SCENEGGIATURA Guillermo Calderón, Pablo Larraín, Alejandro Moreno. FOTOGRAFIA Sergio Armostrong. MUSICHE Nicolás Jaar.
Drammatico, durata 102 minuti.

One Comment

  1. Io says:

    Forse imperfetto, ma nel concorso è stato il film più spiazzante, certamente quello che più ha cercato di mettere in discussione gli sguardi più ovvi e radicati
    Trovo che poi ci sia un collegamento con i precedenti film di Larrain; c’è in quella realtà vista e manipolata dalla soggettività, in qualche modo come nel surrealismo di Neruda, ma anche come in certi momenti della rielaborazione del lutto in Jackie

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