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Il sorriso del capo – Il corpo del duce

giovedì 1 Dicembre, 2011 | di Edoardo Peretti
Il sorriso del capo – Il corpo del duce
Festival
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Torino Film Festival, 25 novembre-3 dicembre 2011

Il Duce vive, almeno nei documentari
Nella sezione “festa mobile: figure nel paesaggio” sono stati presentati due documentari che indagano sulla figura di Benito Mussolini, cercando di capire da dove derivasse il suo fascino e di analizzare il linguaggio e il significato assunto dal suo corpo, non tralasciando più o meno tra le righe riferimenti al presente: Il sorriso del capo di Marco Bechis e Il corpo del duce di Fabrizio Laurenti. A livello di materiale e documenti usati, si è soprattutto scavato nei meandri degli archivi dell’istituto luce, cercando di mostrare filmati e testimonianze il più possibile inedite e particolari.

Il corpo del duce è tratto dall’omonimo libro dello storico Sergio Luzzato, il quale, unico “professionista” intervistato, nel film ha il compito di spiegare le implicazioni e i significati più sottili, e di dare interpretazioni generali sull’importanza della corporeità di dittatori e governanti, e sulla pervasività del mito mussoliniano nella nostra storia. Si racconta quindi la storia del corpo del duce, a partire dal suo utilizzo durante il ventennio, dove la fisicità del dittatore era fonte di carisma e di consolidamento del potere; passando poi per gli anni del declino durante la guerra, si arriva a piazzale Loreto, al cadavere sfregiato, calpestato e impiccato per i piedi (e del significato di questo evento per evitare che nascesse la leggenda di un Mussolini sopravvissuto). Si racconta poi della sepoltura segreta e anonima, e del furto della salma nel 1946, atto che costituisce la nascita ufficiale del neofascismo. Recuperato, Mussolini riposerà, per motivi di stato, in una cassa di sapone fino al 1957, quando verrà sepolto a Predappio, luogo di pellegrinaggio ancora oggi. La narrazione è veloce, così come nel libro da cui è tratto (Sergio Luzzato ha la capacità di unire la profondità della riflessione e della ricerca storica ad uno stile quasi narrativo e coinvolgente), mentre stilisticamente siamo dalle parti di un robusto documentario storico televisivo, di una puntata di Correva l’anno. Quello che più colpisce è l’insistenza nell’inquadrare il cadavere del dittatore: a lungo la cinepresa, lasciando qualche sospetto di compiacimento, si sofferma sul volto tumefatto e irriconoscibile dopo piazzale Loreto, sulle immagini dell’autopsia e sul cadavere in avanzata decomposizione come si presentava dopo il recupero della salma. Queste immagini, perlopiù inedite al grande pubblico, ribadiscono l’importanza della corporeità come parte fondamentale del culto e della mitologia storica anche dopo la morte (senza dimenticare le questioni d politica interna connesse), in particolare per “un corpo che anche da morto rimane ingombrante, perché troppi l’hanno adorato da vivo”.

Il sorriso del capo cerca invece di capire i meccanismi della propaganda del ventennio, da un lato mostrando estratti sia di cinegiornali che di opere di finzione (come la serie comica Fesso di guerra), dall’altro attraverso la voce di un personaggio che era adolescente dichiaratamente fascista nel ventennio. Pur lanciando numerosi spunti interessanti, il lavoro di Bechis appare irrisolto e incompleto. Le testimonianze del giovane fascista avrebbero potuto costruire un’interessante documento dell’ ”educazione sentimentale” che i giovani di allora hanno subito, ma sono troppo isolate per funzionare davvero in questo senso. Per quanto riguarda il materiale visivo usato, che ci regala parecchie perle, l’impressione è che si volesse creare un effetto simile a quello di Forza Italia di Faenza; purtroppo questo non riesce del tutto, anche a causa del mancato amalgama tra la voce e le immagini, che è il vero difetto del film.

Entrambi ricchi di stimoli e di documenti visivi rari e interessanti, i due film appaiono anche irrisolti e di riuscita inferiore alle potenzialità (anche stilistiche) che l’argomento offriva. L’ultimo punto in comune sono i rimandi al presente: il mito che non muore ne Il corpo del duce, la propaganda che sempre più o meno allo stesso modo sostiene il potere ne Il sorriso del capo.

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