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The Bad Batch

mercoledì 14 Settembre, 2016 | di Marco Longo
The Bad Batch
Festival
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Voto autore:

73. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, 31 agosto – 10 settembre 2016, Lido di Venezia

VENEZIA 73 – IN CONCORSO
Nel cuore del deserto
Di fronte all’annuncio che The Bad Batch, opera seconda di Ana Lily Amirpour, veniva insignito a Venezia del Premio Speciale della Giuria, in molti hanno storto il naso e sollevato perplessità. E a ragione. Il film della regista e sceneggiatrice statunitense di origine iraniana ha rappresentato infatti uno dei due titoli più improbabili in concorso al Festival (l’altro è senza dubbio La ragión salvaje di Amat Escalante, vincitore del Leone d’Argento alla Miglior Regia): a dispetto dell’interessante esordio A Girl Walks Home Alone at Night, The Bad Batch non solo è parso un film stiracchiato, ma in una maniera sottilmente ambigua anche sbagliato nella forma conferitagli.

Siamo ai confini di un Texas trincerato su ogni fronte, in un futuro post-apocalittico non meglio precisato, dal quale tutte quelle persone che, per svariate ragioni, sono considerate inaccettabili, vengono esiliate senza possibilità di ritorno. È il lotto difettoso dell’umanità che dà il titolo alla storia, in cui la solidarietà è impossibile e la diffidenza d’obbligo, mediacritica_the_bad_batch_290non foss’altro perché, nel deserto infinito a cui i suoi rappresentanti vengono abbandonati, una delle pratiche di sopravvivenza più diffuse è un feroce e spietato cannibalismo. Arlen, giovane protagonista del film, se ne rende conto quando il suo caratterino spocchioso, tempo un paio di minuti, è ridimensionato dalla mutilazione di un braccio e una gamba, evento dopo il quale la sua strategia di lettura della realtà verrà giocoforza affinata. Il percorso del personaggio è proprio quello di una staffetta che, dal territorio dei cannibali dove Joe, padre della piccola Honey a cui tiene tantissimo, la fa da padrone, si sposta nella città protetta di Comfort, rovesciamento ideale del sogno americano, dove il guru Rockwell, imbolsito ma carismatico, si è reinventato un’economia fatta di droga e gerarchie mascherate. Inutile dire che la verità sta nel mezzo, nel cuore del deserto dove gli uomini sono solo di passaggio: il luogo dove si muove il silente vagabondo Peter – interpretato da Jim Carrey, che forse è la presenza più a fuoco del film – e dove violenza e lisergica abiezione non sono ancora moneta corrente, lasciando spazio a un’ipotesi di ricostruzione. Complice il rapimento di Honey, che passerà tra le mani dello stesso Rockwell, Arlen sarà costretta a entrare in contatto con Joe, fidarsi di lui e collaborare, fino a condividere le premesse di un amore. La Amirpour mescola al plot il gioco dei generi, in un western distopico a tinte sature, e le intenzioni sulla carta sarebbero anche interessanti: il problema resta la capacità di conferire loro una compattezza interna, qui quasi immediatamente perduta in favore della ripetizione, della dispersione, della noia. Un caso di miope incertezza, di pigra fiacchezza, più che una politica di sguardo di cui, forse, in sede di premi, è stato rivestito il film.

The Bad Batch [id., USA 2016] REGIA Ana Lily Amirpour.
CAST Suki Waterhouse, Jason Momoa, Keanu Reeves, Jim Carrey, Giovanni Ribisi.
SCENEGGIATURA Ana Lily Amirpour. FOTOGRAFIA Lyle Vincent. MONTAGGIO Alex O’Flinn.
Thriller/Avventura/Fantascienza, durata 115 minuti.

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