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Tre manifesti a Ebbing, Missouri

sabato 13 gennaio, 2018 | di Stefano Lalla
Tre manifesti a Ebbing, Missouri
In sala
15
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Voto autore:

SPECIALE OSCAR 2018
“How come, chief Willoughby?”
Dopo l’ottima ricezione alla Mostra del Cinema di Venezia, Tre manifesti a Ebbing, Missouri torna in Italia, stavolta nel circuito delle sale cinematografiche e con la certezza, cementata dagli Oscar, dai Golden Globe e da svariati altri premi, di essere uno tra gli imperdibili di quest’anno.

È un film che tratta temi controversi e tenta di non dare risposte facili allo spettatore ma, paradossalmente, mette d’accordo tutti proprio grazie alla sua complessità: un po’ di realismo e un po’ di elementi di genere crime, un po’ tragico e un po’ comico, Tre manifesti a Ebbing, Missouri si destreggia perfettamente tra le sue numerose vocazioni e le intuizioni estemporanee. Non lo si può nemmeno accusare di furbiziamediacritica_tre_manifesti_a_ebbing_missouri_290 o inconcludenza perché alla fine, dopo tutta la complessità che Martin McDonagh mette in scena, la morale del film appare piuttosto semplice e la si può sintetizzare senza timore di rovinare alcun colpo di scena: la spirale di violenza generata da un omicidio irrisolto non può andare avanti, bisogna prendersi la responsabilità di fermarla anche se la bilancia della giustizia non è sempre equa con tutti. L’omicidio in questione non è mostrato dal film che principia quando Mildred (Frances McDormand), la madre della vittima, affitta tre enormi spazi pubblicitari per puntare il dito contro lo sceriffo Willoughby (Woody Harrelson) che a sette mesi dal delitto non ha ancora identificato alcun colpevole. La piccola comunità è scossa dalla provocazione e il delitto torna a essere argomento di discussione, molti però simpatizzano con le forze dell’ordine e con lo sceriffo, un uomo molto stimato che ha recentemente scoperto di avere un cancro incurabile. Alcuni poliziotti, come Willoughby, spiegano che l’atto dimostrativo non è utile alle indagini, altri, come Jason Dixon (Sam Rockwell), non accettano la provocazione e tentano fin da subito di chiudere la polemica ricorrendo agli abusi di potere. Il reparto attoriale è un grosso punto di forza del film che vanta l’Oscar alla Migliore Attrice Protagonista (Frances McDormand) e l’Oscar al Miglior Attore non Protagonista (Sam Rockwell) ma dire che Tre manifesti a Ebbing, Missouri è un film di attori significherebbe fare un torto alla sceneggiatura, scabrosa e ambigua al punto giusto, e all’efficace senso dell’umorismo di Martin McDonagh che conoscevamo per In Bruges, un film surreale e dall’ambientazione europea, eppure non del tutto alieno dalla sua ultima fatica.

Tre manifesti a Ebbing, Missouri [Three Billboards Outside Ebbing, Missouri, Gran Bretagna/USA 2017] REGIA Martin McDonagh.
CAST Frances McDormand, Woody Harrelson, Sam Rockwell, Peter Dinklage, Abbie Cornish.
SCENEGGIATURA Martin McDonagh. FOTOGRAFIA Ben Davis. MUSICHE Carter Burwell.
Drammatico/Poliziesco, durata 115 minuti.

Tre manifesti a Ebbing, Missouri
3.5 26 70.77%

15 Comments

  1. marianne renoir says:

    ottimo ottimo film, monumentale Frances McDormand.

  2. CZ says:

    Ottimo film, ma non sono d’accordo sul fatto che “la morale del film appaia piuttosto semplice”. Personalmente, l’accusa di inconcludenza non sarebbe del tutto fuori luogo.

    • Dory says:

      Mi sa che la morale non c’è nè, giustamente, vuole esserci

      • Kim says:

        anche secondo me non si può dire che ci sia una “morale”, si può dire semmai che non si salva nessuno, che il finale è tutto tranne che risolutorio e anzi il colpevole dello stupro e omicidio rimane ignoto.

  3. Kuba says:

    Maaa… non saremo mica di fronte ad un film leggermente sopravvalutato? Sarà mica questo sul serio il film dell’anno?

    • Adone666 says:

      Argomentazioni please?

      • Kuba says:

        Le “sorprendenti” idee di regia sono tutte prese dai Coen (cosa che con tutta la buona volontà non si può negare dai). La lettera di metà film, i flashback e i colpi di scena sono narrativamente indice di un film (di una sceneggiatura?) che non sa come evolversi, come chiudersi. Ed è un problema costante in McDonagh, identico sia in In Bruges che in 7 psicopatici: arriva a metà dando credibilità e senso a tutto, poi sbrocca e si sfilaccia (può essere anche una scelta, ma non da “migliore film dell’anno”). I personaggi sono incoerenti, modificano di botto la propria personalità: vogliamo parlare dell’improvvisa redenzione di Dixon? Insensata, per un carattere che viene disegnato come una macchietta caricaturale per tre quarti d’opera. Insomma, è un film con dei problemi. Che peraltro mi è piaciuto, ma il punto è un altro. Ovvero decidere che sia la miglior cosa dell’anno per l’argomento di cui parla (fondamentale, necessario) bypassando il modo in cui lo fa (sbilenco).

  4. Pippo Cognizione says:

    La redenzione la ottiene accompagnando la tipa a sparare allo stupratore. Non mi pare una roba tanto a caso come dici tu, per la Madonna!

    • Gooding says:

      …si ma cosa c’entra? Quella è la fine del film. Il poliziotto sciroccato – SPOILERRR – pesta fortissimo il tizio dei cartelloni, viene licenziato. E poi senza alcun nesso logico diventa buono. Ce la facessero capire questa redenzione, invece ci mostrano solo un dialogo sulla veranda con la madre, e tanto ci deve bastare.

  5. Paki dei Nuovi Angeli says:

    Non diventa buono, semplicemente (come tutti i personaggi dell’intero film, e com’è il senso del film) in lui coesistono ideali nobili e sentimenti razzisti. Non c’è nessun passaggio da A a B. Infatti mica se lo riprendono nella polizia, perché non se lo riprendono? Perché comunque lui: il giorno dopo avrebbe preso a randellate sulla zucca un altro disgraziato.

    • Giovanni Pietro Pellicano says:

      Concordo con Te!

    • StefanoL says:

      Anch’io mi trovo d’accordo e non ho visto nessun cambiamento repentino o redenzione. Dixon è un ignorante alcolista e impulsivo. È razzista perché frequenta solo razzisti. Non è “cattivo” e nulla prova che alla fine sia “diventato buono”… le contingenze lo hanno costretto a passare dal ruolo di oppressore a quello di vittima e ora sta solamente compiendo delle azioni che al momento gli sembrano giuste.
      Trovo, comunque, impossibile che Dixon venga semplicemente licenziato dopo l’assalto all’agenzia pubblicitaria. Il fatto che non venga arrestato è una debolezza della sceneggiatura che ho trovato piuttosto grave.

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