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34ª edizione de Il Cinema Ritrovato

sabato 12 Settembre, 2020 | di Redazione Mediacritica
34ª edizione de Il Cinema Ritrovato
Cinema Ritrovato
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Il festival in pillole

LA SETTA DEI TRE K (“Storm Warning”, 1951) di Stuart Heisler – EDOARDO PERETTI

Stuart Heisler realizza un noir processuale che, per almeno tre quarti della sua durata, indaga e scandaglia i meandri più profondi di una cittadina del sud più rurale degli Stati Uniti, dove in qualche modo è ancora in atto il contrasto tra “ordine” e “disordine”, tra “istituzione centrale” e “libertarismo locale”, tipico delle origini della nazione (L’uomo che uccise Liberty Valance di John Ford) e mai davvero svanito. Nella cittadina dove appare la forestiera modella protagonista, è il Ku Klux Klan a controllare e a sostituirsi alle istituzioni, rappresentate dal testardo, ironico e onesto procuratore distrettuale interpretato da un Ronald Reagan con la faccia pulita. Il Klan controlla e inquina gli anfratti più profondi della comunità, comprese le vite famigliari; omertà, paura, convenienza e un malsano senso di appartenenza emergono da un film che non vuole essere ambiguo, ma raccontare l’ambiguità della maggioranza silenziosa. Pur perdendo qualcosa nell’ultima mezz’ora – dalla sequenza del processo in poi -, Heisler attraverso l’estetica noir riesce a trasmettere una sensazione quasi tangibile di paura assoluta, che sia quella della protagonista catapultata in un luogo estraneo e visibilmente torvo, o quella dei cittadini con la spada di Damocle degli incappucciati sopra la testa. Si veda la tensione trasmessa dalla splendida sequenza iniziale, il prologo del fatto da cui dipenderà tutta la vicenda, con la rappresentazione notturna e quasi “hopperiana” della cittadina completamente vuota e dei suoi luoghi che paiono abbandonati e minacciosi.

PICKPOCKET (“Xiao Wu”, 1997) di Jia Zhang-ke – STEFANO LALLA

Il restauro del cinema sotterraneo offre spesso l’occasione di riscoprire delle pellicole che hanno avuto poca o nessuna distribuzione fuori dal circuito festivaliero. È il caso di Xiao Wu, il lungometraggio d’esordio di Jia Zhang-ke, girato in 16 mm e recitato da attori non professionisti. Con uno stile realista e facendo ampio uso della camera a spalla, il film segue i movimenti di un borsaiolo, documenta il suo deambulare in un contesto urbano cadente, che muta rapidamente. È il 1997 e la Cina intraprende una politica di apertura e rinnovamento; la poverissima Fenyang si riempie di commercianti, di bordelli e karaoke. Tutti gli amici di Xiao Wu hanno abbandonato il crimine, ma lui si ostina, ispirato da una forma di apatia e di scetticismo inesprimibile. S’innamora di una ragazza che pare ricambiarlo, ma dovrà fare i conti con un sistema che non tollera più la piccola criminalità e i cani randagi. Il film è stato restaurato da L’Immagine Ritrovata di Bologna in collaborazione col regista; attendiamo, quindi, un’edizione blu-ray.

GLI SPOSTATI (“The Misfits”, 1961) di John Huston – EMANUELE DI NICOLA

La proiezione in Piazza Maggiore riporta The Misfits al suo originario splendore. Oltre al mito del film, e al destino tragico degli interpreti (“Stiamo tutti morendo”, bisbiglia Marilyn Monroe a Eli Wallach nella scena del ballo), ciò che colpisce è la resa visiva della pellicola. Iniziando nella luminosità della commedia hollywoodiana, con una deliziosa satira del divorzio della Marilyn comica, il bianco e nero gradualmente si “scurisce” e diventa crepuscolo del western e del mondo. Il senso della fine aleggia su tutto e si concretizza in Clark Gable, cowboy superato, “inadatto” come dal titolo originale, che nella scena più struggente atterra un cavallo a mani nude senza un motivo concreto, per la dignità del gesto. Il ballo attoriale a quattro consegna uomini che amano uccidere, una donna a metà tra femmina e bambina, la quale, teoricamente ingenua, suona la campana a morto per questo mondo al crepuscolo. Lo fa nella scena madre: il campo lungo di Marilyn che urla “Murders”, condannando gli uomini assassini. Ma allo stesso tempo concede pietà all’umanità “misfit”, disadattata. Capace, infine, ancora di orientarsi con le stelle. Il tramonto di un’era trova il potente simbolo nella lunga sequenza della cattura dei cavalli, prima presi e poi liberati. Scritto da Arthur Miller, marito della Monroe, all’epoca sull’orlo del divorzio. Capolavoro occulto nella filmografia di Huston, con un Gable terminale e la migliore Marilyn di sempre. Vederlo su grande schermo avvince e commuove.

CLAUDINE (1974) di John Berry – EDOARDO PERETTI

La splendida colonna sonora, quasi un coro greco “soul” alle vicende, scritta da Curtis Mayfield ed eseguita da Gladys Knight & The Pips, è la ciliegina sulla torta di un film che mirabilmente amalgama toni e atmosfere diverse. Potrebbe sembrare una sitcom, un’anticipazione delle numerose famiglie afroamericane in stile I Jefferson e Otto sotto un tetto. Se non fosse che il tono accomodante dura lo spazio di una canzone, perché tra un battibecco e l’altro, tra un sorriso e una risata, tra inseguimenti e avvicinamenti sentimentali, pian piano emergono gli aspetti più drammatici e duri della condizione dei proletari urbani afroamericani, nel film di Berry tutti “sulle spalle” di Claudine, la coriacea madre protagonista. Un film durissimo, ma anche capace di essere tenero, che raggiunge il difficile risultato di emozionare e divertire senza perdere il punto delle drammatiche questioni, trovando anche un piccolo lieto fine che non ha il sapore dei tarallucci e del vino.

THE PLAYHOUSE (1921) di Buster Keaton e Eddie Cline – EMANUELE DI NICOLA

Cent’anni dopo non smette di stupire l’invenzione continua di Keaton in soli 23 minuti: su un palco teatrale interpreta tutti gli attori e perfino gli spettatori, sia uomini che donne… Poi “diventa” una scimmia e si innamora di una gemella, che però è difficile da distinguere dall’altra… Slapstick all’ennesima potenza, trovata dopo trovata, tra fughe e capitomboli, soluzioni “impossibili” e tutti i suoi marchi di fabbrica (i fondali che cadono). Si arriva perfino al metacinema e/o metateatro: gli spettatori scappano da un’inondazione paradossale. Un film che è, letteralmente, un sogno. Come faceva Keaton? Leggere la sua bellissima biografia, Memorie a rotta di collo (Feltrinelli), per trovare qualche risposta. Capolavoro.

L’AMANTE IMMORTALE (“Daisy Kenyon”, 1947) di Otto Preminger EMANUELE DI NICOLA

La retrospettiva “Henry Fonda for president” passa per Daisy Kenyon: Preminger coniuga il melò hollywoodiano con l’espressionismo tedesco, inscenando un triangolo pieno di tormenti. Daisy (Joan Crawford) è una stilista che si divide tra l’avvocato di successo Dan (Dana Andrews) e il reduce di guerra Peter (Henry Fonda). Movimenti di macchina visionari che spaccano la grammatica di Hollywood, messinscena oscura e crepuscolare con figure che escono dall’ombra, doppi e spettri mentali; Preminger gira un melodramma postbellico ma nell’umore rievoca il capolavoro Laura, con una donna contesa, una linea sottile tra vivi e morti, il ricordo del conflitto appena finito, un gioco di strategia che si risolve solo all’ultimo fotogramma. Attori sublimi nella loro battaglia d’amore, Joan Crawford risplende di una luce ambigua che forse è materia di sogno, forse di incubo.

IL MUSEO DEGLI SCANDALI (“Roman Scandals”, 1933) di Frank Tuttle – STEFANO LALLA

La commedia sonora di Frank Tuttle unisce il ritmo forsennato del cinema muto (nonché un eguale gusto per il surreale) allo sfarzo del film musicale in costume. Quando la cittadina di West Rome, Colorado, è vittima di un atroce piano di speculazione edilizia, tocca a Eddie (Eddie Cantor) diventare il suo eroe involontario, ma non prima di aver affrontato un lungo, catartico, viaggio onirico nell’antica Roma. Dopo essere stato schiavo, prigioniero e assaggiatore dell’imperatore Valerio, Eddie prende parte a una congiura di palazzo, per rovesciare il governo centrale di un impero che è iniquo e corrotto quanto la moderna West Rome. Le coreografie suadenti e un inseguimento degno dei funamboli del muto fanno di Roman Scandals una commedia ben riuscita, in bilico tra due mondi, tra la compattezza narrativa del cinema sonoro e la spassosa gratuità della scenetta comica.

LA BARCA (“The Boat”, 1921) di Buster Keaton e Eddie Cline – EMANUELE RAUCO

In La barca, uno dei sei corti (e uno dei migliori) girati nel 1921, Keaton mostra un pizzico di gustosa cattiveria, assente di solito dalle sue corde: quando sta per varare la barca e vede il figlio in bilico sull’acqua, per decidere se salvare il piccolo o l’automobile alla quale ha legato l’imbarcazione, ci mette un po’ più tempo del dovuto e quando sacrifica l’auto pare farlo a malincuore. Non è astio anti-famigliare, è che per Keaton gli oggetti e la tecnologia con cui si creano hanno un’attrazione incredibile, irresistibile, superiore a ogni affetto umano: fin dalla prima inquadratura in cui sta finendo la costruzione della barca, la tecnica è per il comico una pulsione incessante, che lo porta a incarnare in chiave burlesca l’epica americana, l’uomo che doma la natura (e le leggi della fisica: pur di fare uscire la barca, distrugge la casa) attraverso le proprie mani, il proprio corpo, il proprio ingegno. Nella dimensione del “two reels”, i corti di 20 minuti, ossia due bobine, che dominavano il mercato all’epoca, qui ci sono molte suggestioni future, c’è un senso del ritmo trascinante e dell’immagine che diventa pura furia geometrica in movimento. E un finale impressionante: a differenza di Chaplin, la famiglia “naufraga” si avvia verso il buio, in una spiaggia notturna, e quando la moglie chiede “Dove stiamo andando?”, Keaton risponde “Damfino”. Ovvero il nome della barca, ma anche la contrazione di “Che diavolo ne so!”.

L’UOMO QUESTO DOMINATORE (“The Male Animal”, 1942) di Elliott Nugent – EMANUELE DI NICOLA

Nell’omaggio a Henry Fonda si inserisce questa commedia del ’42: Tommy Turner (Fonda) è un professore di letteratura sostenitore della libertà di pensiero, che vuole leggere Vanzetti in classe. Troppo, in tempo di anticomunismo. Dovrà giocarsi sua moglie Ellen (Olivia de Havilland) con lo sportivo Joe (Jack Carson). Chi è il maschio dominante? Screwball imperniata su conflitti tradizionali, come la mente contro il corpo, l’intelletto contro i muscoli, il film segue un ritmo comico a tratti travolgente e vale soprattutto per le interpretazioni, funzionando come peana non solo a Fonda ma anche a Olivia de Havilland, appena scomparsa. Olivia dice a Henry in camera da letto: “Perché tutti gli uomini sono ridicoli in mutande?”. Esilarante, saldamente “americano”, solo falsamente politico (la lettera di Vanzetti non è affatto comunista), da rivedere oggi alla luce della battaglia di genere, con femmine forti e maschi deboli: in tal senso la figura di Fonda in controluce anticipa il contemporaneo.

BREAK UP – L’UOMO DEI CINQUE PALLONI (1963-1967) di Marco Ferreri – EMANUELE RAUCO

Marcello Mastroianni (straordinario come sempre, più del solito) percorre un sottopassaggio in bianco e nero seguendo una ragazza. Ne esce e si ritrova in una festa a colori, un tourbillon frenetico di palloncini, donne volanti e rock ‘n’ roll. Si tratta solo della scena più impressionante, degna di un Blake Edwards porcellone, di un film sorprendente e bellissimo come Break Up, la versione lunga di L’uomo dei cinque palloni che Carlo Ponti inventò come episodio di un film collettivo (Oggi, domani, dopodomani). Mastroianni è un industriale delle caramelle che si fissa con i palloncini: quanta aria può entrare dentro un pallone prima che scoppi? Questa ossessione improbabile diventa rivelatrice di una condizione sociale ed esistenziale e il film da commedia paradossale, anche tenera e priva di cinismo nella descrizione borghese (le sensuali tenerezze della coppia, la grande modernità dei costumi sessuali e della loro rappresentazione), diventa un perfetto e ghignante incubo, fatto di digressioni via via sempre più stringenti e deliranti, di analisi precise, di straordinaria finezza nel costruire un sotteso clima politico prossimo all’esplosione (gli scioperi, le cornamuse natalizie che suonano Bella ciao), di umorismo assurdo, formidabile e atroce, che corona un finale – una Grande abbuffata in miniatura – fantastico.

IL PROFESSORE (episodio di “Controsesso”, 1964) di Marco Ferreri – EMANUELE RAUCO

A un passo dalla deflagrazione grottesca, sessuale, viscerale che segnerà il cinema di Ferreri. E il film infatti si concentra sulla nascita dell’ossessione, sulla coltivazione del feticismo più che sulla sua pratica: dentro c’è il sesso come elemento di potere, di dominio ribaltato a cui si associa un velo di satira politica (la nostalgia del fascismo come “impotenza” politica), c’è l’importanza morbosa data agli oggetti, c’è la volontà di controllo che fallisce. C’è anche però una costruzione fatta di lunghe sequenze apparentemente morte in cui Ferreri anticipa la deriva del Piccoli di Dillinger è morto, con l’irrisione che prende il posto dell’alienazione: e il carnefice, immagine dopo immagine, donna dopo donna (dalle nonne alle allieve), diventa meritatamente “vittima”.

LO SCIOCCO (“The Saphead”, 1920) di Herbert Blaché e Winchell Smith – EMANUELE RAUCO

Il primo lungometraggio di Buster Keaton, ma soprattutto il suo primo film da protagonista, in una produzione di serie A che sarebbe servita per lanciare la sua carriera successiva (ed esplosiva). Di Keaton però si intravedono le tracce, costretto dentro una gabbia narrativa e principalmente registica che non c’entra niente con il lavoro fatto con Roscoe Arbuckle fino a quel momento e con quello che farà in seguito: l’andamento è ostinatamente teatrale (come da origine del copione), la regia è standardizzata su ritmi melensi, la commedia si bagna di continuo di sapori mélo che non convincono. Però il talento trova sempre il modo di forzare le gabbie: la dignità e l’aplomb con cui Keaton costruisce il personaggio sono encomiabili (la scena della cena dopo il matrimonio fallito) e il finale al mercato azionario mostra i prodromi del cinema che verrà, il lavoro su corpo, spazi e velocità che incanterà più di qualche generazione.

LA MORTE DI UN BUROCRATE (“La muerte de un burócrata”, 1966) di Tomás Gutiérrez Alea – EDOARDO PERETTI

I paradossali titoli di testa, una parodia del “burocratese”, sono una dichiarazione di intenti di un film che vuole essere una folle satira sulla burocrazia, dove si incontrano Jacques Tatì, Stanlio & Ollio e Ingmar Bergman. Continui presagi di morte, dalle civette agli avvoltoi, accompagnano sequenze da comica muta; memorabile è, per esempio, il funerale che si trasforma in una battaglia di corone di fiori, fanali e torte in faccia. Come se il regista avesse messo in scena una danza macabra spietata e ridanciana, e raccontato un girone dell’inferno, quello della burocrazia, assurdo, crudele e paradossale.

ALBA DI GLORIA (“Young Mr. Lincoln”, 1939) di John Ford – STEFANO LALLA

Più che azzeccata, la scelta di Henry Fonda per dar vita al giovane Abraham Lincoln appare naturale, dopo la visione del film; è come se l’attore fosse destinato a indossare l’emblematico cappello a cilindro nonostante, in realtà, John Ford avesse dovuto vincere le sue remore per averlo come protagonista. Il film celebra il personaggio raccontando una vicenda giudiziaria – egli è ancora un avvocato alle prime armi, idealista e impulsivo, astuto ma virtuoso – e, tramite questa, diffonde una potente opera di propaganda democratica e libertaria; Lincoln/Fonda è il volto umano dell’America libera e schietta, rurale e cristiana.

LE FORZE DEL MALE (“Force of Evil”, 1948) di Abraham Polonsky – EDOARDO PERETTI

Film torvo, non solo perché ha molti dei segni tipici del noir classico – dalla fotografia all’insegna dei chiaroscuri, più scuri che chiari, alle angolazioni “espressioniste” della cinepresa -, ma soprattutto perché è una ricognizione cattivissima e sconsolata del capitalismo sfrenato e della società statunitense, dove il personaggio positivo è colui che compie con correttezza, rispetto e “bontà” un’attività di fondo comunque illegale. Per dire, con pochi cambiamenti legati ai decenni trascorsi, ancora oggi sarebbe un ottimo ed efficace film sulla mafia dai colletti bianchi e sulla finanza aggressiva e cinica. Non sorprende quindi che Polonsky pochi anni dopo finì nella famigerata lista nera di presunti comunisti e nemici della patria. Oltre a questo, il film colpisce per l’eleganza visiva ed estetica, pur ruspante e sporca come il noir richiedeva, e per la tensione costante, oltre al sottofondo di tragedia famigliare dovuto allo stratificato rapporto tra i due fratelli.

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