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In questo numero

Stories We Dance 2016

sabato 2 Luglio, 2016 | di Erasmo De Meo
Stories We Dance 2016
Festival
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Stories We Dance – International Videodance Contest, 29 – 30 Giugno 2016, Genova

Luogo – Gesto – Narrazione e le storie che possiamo ballare
Un’arte quando nasce è alla ricerca di sé stessa, di ciò che la rende distinguibile. Quando poi si afferma come tale avviene l’inverso: la contaminazione, la convergenza espressiva e la reinterpretazione di forme non originariamente sue.

Così è per il cinema e per la danza, arti innamorate, che a lungo, nel secolo scorso, si sono inseguite, allontanate e ritrovate. Ma è solo recentemente che la simbiosi sta assumendo una sua struttura, un linguaggio. All’interno della neonata rassegna di danza contemporanea Fuoriformato, tenutasi a Genova dal 28 al 30 giugno, il contest di videodanza Stories We Dance ha voluto dar conto di questi percorsi. mediacritica_stories_we_dance_290A selezionare le opere, arrivate da tutto il mondo, è stata l’associazione Augenblick, essa stessa esploratrice delle sfaccettature della danza odierna, dal video alla performance. Chi è nuovo a questa arte, come i tanti curiosi di Palazzo Ducale, ha avuto la fortuna di scoprire un orizzonte dove tutto è ancora da costruire, dove ogni idea scintilla di novità. Ma qua e là qualche elemento comincia a raccogliersi attorno a precise vie di ricerca, proveremo ad indicarne qualcuna: il rapporto con lo spazio, il gesto, la narratività del corpo danzante. In tutte le opere selezionate il luogo in cui la danza “esiste”non è semplice cornice, non è scenografia occasionale ma assume la stessa importanza della coreografia: i suoi limiti e le sue possibilità consentono ai movimenti di apparire trattenuti o liberati. Ogni scavalcare induce una conquista, ogni trovarsi chiusi un’evasione, ogni presidiare è interrogare, chiedere a quelle pareti e quelle strade “cosa può un corpo in questo spazio?”. Si guardi a The Area che indaga sulla scomparsa dei luoghi dedicati alla danza creandone di inediti; o a Lay Me Low che crea un itinerario da artificialità ad autenticità ripopolando luoghi isolati con canto e danza; o a Beware of Time in cui la danza accompagna la demolizione di una casa restituendo la coscienza del divenire, attraverso il suo stesso essere gesto fuggevole. Un gesto che passa quindi, ma un gesto che crea, che definisce, che rappresenta un sentire intimo altrimenti difficilmente comunicabile. Così il gesto parla, potendo essere suono − ed è la danza stessa a creare la sua musica e non viceversa − attraverso il contatto con le superfici, l’utilizzo di oggetti, l’interazione con un ambiente quotidiano che diventa strumento, mostrando un’altra faccia di sé. Sembra quasi che senza danza il suono non esista o resti insignificante. Approaching the Puddle, Marine Girls e Let’s Say sono ottimi esempi di ricerca di un dialogo puramente corporeo e sonoro tra l’individuo e la sua dimensionalità condivisa con altri individui. Dopo un passo verso l’ambiente circostante e uno verso ciò che lo riempie, gli oggetti come suono e i destinatari dei suoni, gli altri individui, il passo ulteriore da compiere è quello della narrazione. Ci prova The Birch Grove affidando alla danza il commento emotivo della vicenda narrata fuori campo, o She/Her in cui la rabbia di una figlia esplode in una magnifica ritmicità corporea o, con ancora maggiore ambizione, L’odore delle ossa in cui due donne inseguono sé stesse e la Natura di cui fanno parte. Quanti passi ancora si possono fare? Fin dove si può danzare? Pensarci è allo stesso tempo vertiginoso e inebriante.

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