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In questo numero

Safari

sabato 2 Settembre, 2017 | di Filippo Zoratti
Safari
In sala
2
Voto autore:

Waidmannsheil!
Ogni film di Ulrich Seidl apre a voragini etiche che esondano dai “semplici” confini dell’Arte. Un’evidenza percepibile sia nei suoi lavori di finzione (la trilogia Paradise) che in quelli più strettamente documentaristici (Im Keller).

È il miglior cinema possibile, o forse il peggiore: Seidl asetticamente pone la cinepresa davanti ai suoi protagonisti, li lascia parlare a ruota libera senza alcun giudizio di merito; e alterna questi “monologhi” ad immagini dei medesimi personaggi in azione, si tratti di rapporti sessuali squallidi, autodistruttive crisi religiose o anziane donne che coccolano bambole nelle cantine. mediacritica_safari_290Seidl provoca – con grande cognizione di causa, utilizzando il montaggio come un’arma affilata e spietata – lo sdegno dello spettatore, scosso dalla vergogna e dal disagio di una visione sconveniente, aliena, impietosa. Esiste un limite, un recinto che è bene non superare? I 90 minuti di Safari sembrano proprio dirci di no: al centro dell’indagine del regista austriaco stavolta ci sono i cacciatori che trascorrono le vacanze nelle distese africane, nelle ultime zone in cui è ancora legale la caccia grossa ad antilopi, gnu, impala, giraffe. Il cine-occhio non stacca mai: i bracconieri si appostano fra i cespugli, scrutano le prede con il binocolo e sparano. Si ammazza per il gusto di ammazzare, anche se il verbo non piace alla moglie che dialoga col marito prima della spedizione: “ammazzare” le ricorda troppo gli stermini di massa. Ed è proprio fra i gangli dell’inconscio che si pone l’occhio pornografico di Seidl: come il papà di famiglia, che dopo aver ucciso una zebra si avvicina complimentandosi con il cadavere per essersi battuto con onore (?) e successivamente viene festeggiato dai due figli al grido di “Waidmannsheil” (“Buona caccia”). O come la coppia attempata che, raccontando la vita in terra africana, spiega di avere un buon rapporto con gli indigeni perché in fondo “non hanno deciso loro di nascere neri”. La ricognizione delle miserie umane (cuore pulsante dell’intera filmografia di Seidl, al di là di tutto) prosegue fino alle più macabre conseguenze: che fare dinnanzi all’agonia di una giraffa, che muore a distanza di due lunghissimi minuti davanti ai suoi carnefici? Seidl non si indigna (o forse sì?), non interviene, e filma senza soluzione di continuità. Questo lo rende complice, carnefice egli stesso al pari di chi ha imbracciato il fucile? E rende anche noi conniventi, se continuiamo ad osservare senza distogliere lo sguardo? Forse sì, forse no. Ci vuole coraggio per assistere alla visione di Safari. Lo stesso coraggio di Ulrich Seidl, un autore capace di filmare i cortocircuiti morali dell’essere umano, a costo di farsi odiare da chi lo giudica un semplice e abietto pornografo della Settima Arte.

Safari [Auf Safari, Austria 2016] REGIA Ulrich Seidl.
SOGGETTO Ulrich Seidl, Veronika Franz. FOTOGRAFIA Wolfgang Thaler, Jerzy Palacz. MONTAGGIO Ulrich Seidl.
Documentario, durata 91 minuti.

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