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77ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia

sabato 12 Settembre, 2020 | di Redazione Mediacritica
77ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia
Festival
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Il festival in pillole

FUCKING WITH NOBODY di Hannaleena Hauru – EDOARDO PERETTI

La giovane regista Hanna, insieme al gruppo di amic*, decide di raccontare su Instagram una sorta di parodia di una relazione, fingendo una storia d’amore col giovane attore Hekku; il progetto porterà il successo tanto quanto una serie di ripercussioni, in un continuo gioco tra realtà e finzione. Commedia amara, sulla carta visionaria, presentata nella sezione Biennale College, ricorda quei ragazzi che per apparire originali nel look indossano il cappellino a visiera storto. Ben poco, quindi, lo sguardo davvero inedito di questo film dove fiction e autofiction, racconto social e rielaborazione intima, cinema e realtà si mischiano creando pian piano un gioco di scatole cinesi che alla lunga (ma neanche troppo) spreca le buone intenzioni di partenza e i buoni spunti di riflessione – su tutti, la difficoltà di raccontare e vivere l’intimità, oltre al contrasto apparenza social vs realtà. Prolisso, verboso e con uno stile di racconto e di regia pretenzioso, patinato – nonostante parentesi sopra le righe che hanno tutto il sapore del trash (la defecazione nella discoteca berlinese) – e finto come le questioni che racconta, Fucking with Nobody pare anche essere più vittima che testimone dello sguardo fluido e incostante tipico di questi tempi. Potrebbe esserci chi sostiene che questo essere finto sia un punto di forza perché specchia società e relazioni assolutamente false; potrebbe anche darsi, ma vedendo Fucking with Nobody il risultato rischia di essere la nostalgia di quelle commedie, ben più oneste, acute e cattive, che erano anche trattati sulla finzione: da Lubitsch a Wilder a Edwards, financo l’Assayas de Il gioco delle coppie.

GAZA MON AMOUR di Tarzan Nasser e Arab Nasser – STEFANO LALLA

Il film dei fratelli Nasser cerca di danzare su un confine angusto, tematico e stilistico, ma risulta ingombrante. Tenta il delicato equilibrio tra la comicità, posata e surreale, e il dramma di chi vive nei territori contestati, ma ottiene soltanto qualche risata tiepida quando si gioca col pene eretto di una statua apollinea, pescata dal protagonista nel mare di Gaza. Rincorre la delicatezza di una storia d’amore tra adulti, tra due cuori puri, resi semplici dalla guerra, ma finisce per mettere in scena soltanto i lunghi silenzi e l’imbarazzo del corteggiamento, esasperati dalla morbida opposizione delle istituzioni e dei parenti tradizionalisti. Peccato: i presupposti erano buoni e il reparto tecnico all’altezza del compito.

HOPPER/WELLES di Orson Welles – FRANCESCO GRIECO

Due mondi, due personalità diverse, due “rinnegati” di Hollywood s’incontrano, per un’intervista, nel 1970: fuori campo, il vocione di Welles, nei panni del Jake Hannaford di The Other Side of the Wind, fa le domande, incalza come in un interrogatorio, sottolinea senza pietà le incongruenze logiche dell’interlocutore, ma poi esplode in sonore risate e a un certo punto sembra quasi dichiarare sconfitta. In campo, spesso inquadrato dalla frenetica mdp in primissimi piani, che ci restituiscono le microespressioni di una mimica di sensibilità sismografica, il giovane e timido Hopper post-Easy Rider risponde sornione, cercando di conservare il sintomatico mistero della sua personalità complessa. Poi si abbandona a confessioni da seduta di psicoterapia, chiede un altro gin tonic, cade in contraddizione, ride nervosamente per imbarazzo, si tormenta la barba da hippie, però non esita a dare del fascista a Welles. Più di due ore davvero ipnotizzanti, a ruota libera su cinema, infanzie difficili, politica, vita.

THE HUMAN VOICE di Pedro Almodóvar – EMANUELE DI NICOLA

Almodóvar riscrive Cocteau novant’anni dopo: il testo del 1930 rivive nel Pedro metacinematografico dei nostri anni (da Gli abbracci spezzati alla pelle/pellicola de La pelle che abito). Tilda Swinton, Leone alla carriera, si muove in un set scoperto e “dogvilliano”. Cita La legge del desiderio e Vertigo, recita Cocteau con gli oggetti tecnologici dell’oggi, sostituendo con le cuffie bluetooth la linea telefonica che cadeva nell’originale, schierando per distrarsi i Dvd dei grandi contemporanei (Jackie, Kill Bill ecc). Poi, com’è noto, c’è una donna lasciata che aspetta, un’attrice sempre in campo, e una voce maschile che non sentiamo mai. Se molti inscenano La voce umana mascherandolo da altro film (per esempio Locke), Almodóvar lo affronta di petto: avvolge la pièce nei suoi cromatismi, dal rosso/donna al verde/tossico, passando per una vasta tavolozza. E allestisce titoli di testa da modernariato, tra i migliori del millennio. È un film teorico, certo, ma che sprigiona immenso amore per il cinema mentre lo va praticando. Alla fine, come sempre, l’amore brucia.

MANDIBULES di Quentin Dupieux – STEFANO LALLA

La commedia surreale comincia quando un uomo spiaggiato – il nostro protagonista – è ingaggiato per consegnare una piccola valigia, senza aprirla e senza conoscerne il contenuto. Il lavoro è semplice, almeno sulla carta, ma Jean-Gab e il suo amico Manu sono una coppia esplosiva; come due Looney Tunes, ragionano in modo contorto e riescono a complicare inutilmente la loro missione. Una volta messo da parte il piano iniziale, essi decidono di ammaestrare la mosca gigante che hanno trovato, insegnandole a rapinare le banche e provando, così, a diventare ricchi. L’autore di Réalité firma un altro racconto straniante, curioso ma dominato dalle proprie regole bizzarre, pieno di personaggi inconsueti, flemmatici e rassegnati, e di echi tematici distintivi. Il fine ultimo – quello umoristico – non diminuisce la potenza del cinema di Dupieux, che qui tenta più di provocare la risata e meno di lasciare interdetti. Il disimpegno giocoso e il gusto per la trovata surreale, seppure gratuita ed estemporanea, sono il motore di questa commedia pienamente riuscita.

THE MAN WHO SOLD HIS SKIN di Kaouther Ben Hania – STEFANO LALLA

La libertà diventa presto reificazione del corpo per il giovane Sam quando, costretto a fuggire dalla Siria per aver pronunciato poche parole di troppo, presta la propria schiena a un celebre artista concettuale, in cambio di un visto d’ingresso nello Spazio Schengen. Il documento sarà tatuato sul suo corpo ed egli l’otterrà come opera d’arte in esposizione a Bruxelles, e non in quanto essere umano, rifugiato. L’ironia è l’arma scelta dalla regista tunisina, che porta a Orizzonti un racconto sul problema delle frontiere e anche – soprattutto – sul cinismo che domina il mercato dell’arte contemporanea. Nonostante ciò, siamo ben lontani dalla fredda dissezione di The Square: Ben, infatti, è un protagonista amabile e le sue azioni sono ispirate dalla prospettiva del ricongiungimento con la donna amata, che si è spostata in Europa senza di lui. Il racconto possiede la leggerezza del film di genere e alterna momenti umoristici ad altri drammatici, seguendo una ricetta ben nota. Non si tratta, quindi, di un’imprescindibile opera a tesi ma di un film d’intrattenimento, di buona fattura e costruito su un’idea forte.

MILA di Christos Nikou – EDOARDO PERETTI

Un gradevole film timido che trova uno strano appiglio alla contemporaneità raccontando di un’epidemia il cui effetto è la totale perdita di memoria. Pediniamo il protagonista, colpito dalla malattia e ghiotto di mele, nei suoi tentativi di creare una nuova vita e di ripartire da zero. Un distaccato dottore gli ordina di compiere azioni e comportamenti più o meno quotidiani come andare in bicicletta, guidare, avere una storia in discoteca lunga una sera, paracadutarsi e assistere malati terminali. In attesa che il passato rifaccia capolino e il film si mostri come il racconto della rielaborazione di un trauma. Nikou si tiene lontano dal cinismo alla Lanthimos tipico della new wave greca e sceglie un approccio più straniante, non mostrando però la forza e la personalità necessarie affinché il film decolli. Impaurito e perso quasi come il suo protagonista alla ricerca di un nuovo inizio, Mila lancia suggestioni che, man mano che il film avanza, si perdono sempre più in una gradevolezza di fondo un po’ inerme.

MOLECOLE di Andrea Segre – EMANUELE DI NICOLA

Andrea Segre voleva fare un film sulle “due grandi tensioni” di Venezia oggi: il turismo e l’acqua alta. Poi è arrivata la “grande tensione” globale: l’epidemia di Covid che ha portato al lockdown. Ma c’è anche una quarta tensione dentro le immagini: il rapporto tra Andrea e suo padre Ulderico Segre, noto fisico, malato di cuore, che il figlio non ha mai davvero conosciuto fino in fondo. Ulderico amava Camus e Lo straniero: «Un soffio oscuro risaliva verso di me attraverso annate che non erano ancora venute», si legge in esergo del film. Il soffio è quello al cuore del genitore ed è anche il soffio del Covid che inizia a spirare. Il regista mette in dialogo passato e presente, privato e universale: sonda la sostanza sfuggente del padre, determinista che sapeva di morire, e prova a leggere una vecchia foto in bianco e nero come Ross McElwee in Photographic Memory. Il diario intimo in Super 8 si alterna al presente: Segre riprende Venezia svuotata dal Covid, due vogatrici che si allenano nella città deserta, una giovane cantante lirica che interpreta Händel. Lo dice: non vuole comprendere, solo osservare (“Non ho mai voluto capirla”). Intanto le molecole del virus si diffondono, Segre mostra “le foto del vuoto” e dimostra “l’assurdo della vita” (ancora Camus). Tra memoir e contemporaneo, scandito dalla voce fuori campo dell’autore, anche troppo, splendidamente musicato da Teho Teardo, Molecole conferma un luogo comune: il Covid cambia anche il cinema. Segre inquadra ciò che si trova davanti. E così il regista che voleva afferrare Venezia cattura l’arrivo del virus e si fa dimostrazione evidente del cambiamento: un film che diventa un altro film.

NOTTURNO di Gianfranco Rosi – EMANUELE DI NICOLA

Gianfranco Rosi va nei Paesi del Medio Oriente per continuare il discorso estetizzante di Fuocoammare: sempre alla ricerca della “bella immagine”, inquadra i conflitti e le devastazioni mettendole in posa, preparandole per l’obiettivo. Dalle donne turche ai soldati iraniani, dai terroristi ai civili, il suo sguardo non cambia: smanioso di catturare l’orrore, sconfina nella pornografia. Nella costruzione estetica Rosi non ha idee, riscrive Titicut Follies di Wiseman, con i pazzi che preparano una recita (ovviamente politica), rifà Lebanon, con le inquadrature dall’interno dei carri armati. Fa il fotografo di guerra ma va fuori fuoco. Nel supposto picco del film, i bambini raccontano le indicibili violenze dell’Isis: i loro primi piani implorano la nostra commozione, quindi non la ottengono. Un Notturno eticamente discutibile.

SAINT-NARCISSE di Bruce La Bruce – EMANUELE DI NICOLA

Un gigantesco Bruce La Bruce illumina il festival. Saint-Narcisse inizia come cinema provocatorio ormai divenuto popolare, ma poi rilegge il mito di Narciso e conduce all’incesto gay tra due gemelli, all’ombra oscura della Chiesa. Il regista gira una scena di masturbazione sulle note dell’Alleluia: La Bruce è l’ultimo iconoclasta. È l’erede naturale di John Waters. Il suo stile ha ammorbidito la forma rispetto ai tempi di L.A. Zombie, ha lasciato il porno, ma confeziona una metafora sul narcisismo odierno che “è un’altra pandemia”. E infine arriva nel suo luogo preferito: quello della libertà sessuale. Chi crede ancora nel gender, povero lui, può sempre guardare La Bruce e cambiare idea. Un festival più coraggioso lo avrebbe messo in concorso: questo gli fa chiudere le Giornate degli Autori, con l’ovazione per il regista a fine proiezione.

SPACCAPIETRE di Gianluca e Massimiliano De Serio – EMANUELE DI NICOLA

Ecco il film che ci mancava. I fratelli De Serio inscenano il dramma del caporalato senza mai chiamarlo per nome, bensì mostrandolo: così abbattono radicalmente la retorica intorno al “grande tema” e, semplicemente, lo mettono in scena. Una donna muore di infarto mentre lavora in un campo (liberamente ispirata al caso di Paola Clemente), il marito Giuseppe prende il suo posto con il figlio Antò: l’uomo non è uno spaccapietre, naturalmente, ma questa figura diventa simbolo universale dell’antico lavoro sfruttato, della lotta per mantenere una dignità. Non c’è niente di male nel fare lo spaccapietre se lo fai a testa alta. La prova notevole di Salvatore Esposito lo incarna nella sua fisicità pesante, che gradualmente si degrada, chinato sui campi, ha dolori e mal di schiena. Le antiche mondine sono diventate oggi migranti e poveri italiani. I registi girano una prima parte dardenniana e dirigono un bambino di rara sobrietà, per poi tracciare un racconto più favolistico, metaforico, che sposa speranza e tragedia. E si concede una visione finale. Senza paura, con le mani nella terra, ma sempre a petto in fuori. Ecco il film che ci mancava.

SPORTIN’ LIFE di Abel Ferrara – STEFANO LALLA

Abel Ferrara racconta se stesso in un flusso d’immagini, denso e libero, privo di una direzione precisa ma temporalmente circoscritto; lo scopo di Sportin’ Life è, infatti, catturare la sua attività e vita privata degli ultimi mesi, tra la Berlinale, le interviste informali, i concerti, il lockdown e i frammenti cinematografici. La qualità delle riprese è spesso amatoriale e il montaggio, rapido e non cronologico, rende l’idea di assistere alla contemporaneità, a delle azioni e ripetizioni che continuano nel tempo. Lo stile irrequieto del documentario, privo di un commento alle immagini, non gli permette, tuttavia, di sollevare la scorza suadente dei red carpet e delle serate musicali. Sportin’ Life resta, anche nei suoi frammenti famigliari, in superficie, pura documentazione visiva, raccomandabile solo ai seguaci più fedeli del regista del Cattivo tenente.

TOPSIDE di Celine Held e Logan George – MARIA ELEONORA MOLLARD

Una tana del bianconiglio attraversata à rebours per una madre tossica e la sua bambina di 5 anni. Un distopico paese delle meraviglie. I sotterranei della metropolitana di New York ci appaiono come un’incubatrice confortevole, dove gli “esiliati sulla Main Street” possono riscoprire un senso di appartenenza, rifiutati dalla società, disertori dell’economia nazionale. Da contraltare la superficie (“topside”) si rivela un luogo orribile in cui stare, con nessuno con cui parlare. Le luci, i rumori così nuovi e spaventosi per Little, la bambina, ricordano il videoclip Kids degli MGMT, dove per le strade sfilano freaks pronti a sfruttarti o a spaventarti, se solo osi muovere un muscolo facciale (figuriamoci se osi vivere). Topside, l’opera prima della coppia Celine Held e Logan George, è una storia terribilmente newyorkese (più che americana), la risposta alla domanda fatta da Frederick Wiseman in Welfare, la continuazione dell’opera di Thomas Wolfe Orgogliosa sorella morte, dove l’autore coglieva l’animo malato di New York, sorda a ogni richiesta di aiuto, abbandonata a se stessa e dalla grazia divina. È un finale degno della disperata malinconia, sempre newyorkese, di Jim Carroll, dove niente è certo e il futuro è ancora da scrivere. Forse.

UND MORGEN DIE GANZE WELT di Julia von Heinz – EMANUELE DI NICOLA

Julia von Heinz inscena il ritorno dei neonazisti in Germania attraverso la parabola dei loro avversari: i giovani attivisti dei centri sociali. La ventenne Luisa entra a farne parte, partecipa alla campagna antifascista e si innamora di un “compagno”. Ma qual è la giusta strategia? Manifestazioni pacifiche o la risposta alla violenza? Su questo il movimento si spacca. Il film avanza per passaggi risaputi, esplicita molto e soffre un difetto di sceneggiatura che produce dialoghi post- adolescenziali alla Grande sogno. È però anche un racconto che ti porta in giro nella guerriglia, che il conflitto di oggi lo restituisce in modo ruvido e concitato, con la durezza della camera a mano. E alla fine offre una violenta irruzione poliziesca evocando Fragole e sangue. Cinema civile che denuncia il cancro del neonazismo mentre i governi se la prendono con gli altri: solo per questo sarebbe da vedere.

THE WORLD TO COME di Mona Fastvold – EMANUELE DI NICOLA

«Sulla vita e la colma di brume / Beato chi può con vigorose piume / Volar verso lande luminose e serene» (Charles Baudelaire, Elevazione). Mona Fastvold adatta il racconto di Jim Shepard: Usa, metà Ottocento, a nord dello Stato di New York. Abigail è sposata con il marito Dyer, ma si sente attratta dalla nuova vicina, la splendida Tallie. È un film sulla differenza tra la vita vissuta e quella sognata, The World to Come: la regista tesse una tela di sguardi e sfioramenti, marcando la distanza struggente tra il dentro e fuori, tra l’essere pubblico e quello interiore. Abigail infatti partecipa alla mera routine della fattoria, ma nella mente è una sublime scrittrice che annota i suoi pensieri in un diario. Chi ricorda? La Emily Dickinson di A Quiet Passion. Terence Davies viene evocato in alcuni passaggi che riscrivono la realtà in senso lirico. Abigail si eleva dalla “colma di brume”, intreccia con Tallie un rapporto in ellissi che verrà mostrato solo alla fine (e il calendario impazzisce), poi il reale chiede conto. Nell’Ottocento non esiste l’omosessualità, ma c’è la difterite. La materia dei sogni Tallie entrerà a fare parte proprio di questi, dei sogni: le due donne possono stare insieme solo nell’immaginazione. Ovvero, nel cinema. Incontri impliciti spaccacuore, sentimenti trattenuti, improvvise elevazioni quasi malickiane: alla meraviglia. Cast perfetto. C’è odore di premio.

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