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Appunti dalla 15ª Festa del Cinema di Roma

sabato 31 Ottobre, 2020 | di Emanuele Di Nicola
Appunti dalla 15ª Festa del Cinema di Roma
Festival
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Come back to me

«Non te ne andare, torna indietro, torna indietro, torna indietro da me». Così cantano i Cure in In Between Days, colonna sonora del film più bello che si è visto alla Festa del cinema di Roma: Été 85 di François Ozon, vincitore del premio del pubblico. Un brano sull’amore svanito, sulla necessità della sua resilienza, di farlo tornare a tutti i costi. Nel video del 1985 (l’anno del film, naturalmente) Robert Smith ruotava vorticosamente dentro l’inquadratura traballante, quasi a cercare di trattenere ciò che è ormai perduto. La ballata dei Cure si applica oggi anche al cinema in sala: se il virus epocale lo sta gradualmente sgretolando, la Festa di Roma ha tentato di trattenerlo. Di riprenderlo, di farlo tornare indietro. Ecco perché la quindicesima edizione della manifestazione ha assunto un valore particolare, a prescindere perfino dai titoli presentati: perché ha segnato la resistenza della sala. Ma ogni tragedia si nutre di simboli, e dunque l’ultimo giorno della Festa di Roma è stato anche l’ultimo del cinema, domenica 25 ottobre 2020: il giorno dopo le sale italiane hanno chiuso per decreto perché ritenute troppo pericolose per la diffusione della Covid-19.

L’ultima Berlinale si era svolta nei primi giorni della pandemia, evocando La maschera della morte rossa di Edgar Allan Poe: ma allora nessuno pensava al lockdown globale, ai cinema chiusi, poi riaperti ma vuoti e gradualmente falliti. L’ultima Venezia è stato un meccanismo strategico e logistico impeccabile: il primo festival della nuova era, in grado di convivere con la Covid, seppure svolto alla fine dell’estate, ovvero nella stagione di un Rohmer, nella fase calante dei contagi. La “piccola” Festa di Roma si è rivelata addirittura più importante, per motivi anche congiunturali: si è svolta al ritorno della pandemia, con la risalita dei contagi, nel centro del turbine. Stretta tra le contraddizioni: come il contrasto stridente tra l’importante studio diffuso il 19 ottobre da Celluloid Junkie (nessun caso di contagio al mondo si è verificato dentro un cinema) e la decisione della Regione Lazio che ha imposto il coprifuoco dal 23 ottobre, costringendo ad annullare gli ultimi spettacoli per permettere al pubblico di rientrare a casa entro mezzanotte.

Poi – come detto – un minuto dopo i titoli di coda della Festa è scattata la tagliola della chiusura. A rimetterci sono e saranno in molti: di sicuro tutto il cast tecnico e artistico di Cosa sarà di Francesco Bruni, film di chiusura, una video-autoanalisi morettiana perseguitata dalla sfortuna, che per la seconda volta prova ad uscire mentre vengono posti i sigilli.

Nella crisi drammatica delle sale, e nel vuoto della politica, il direttore Antonio Monda ha proposto un coraggioso tentativo e ha avuto ragione. Lo ha aiutato, paradossalmente, il non svolgimento del Festival di Cannes che ha concesso a Roma i titoli con il famoso “Cannes Label”, ovvero selezionati e mai proiettati: così l’auditorium e le altre sale hanno ospitato autori del calibro di Ozon, Steve McQueen, Naomi Kawase, Thomas Vinterberg, Fernando Trueba, Lucas Belvaux. Va ricordato che la Festa del Cinema è una manifestazione che nasce come inessenziale festival internazionale nel 2006, elemento di disturbo tra Venezia e Torino e surplus “politico” di un mercato festivaliero già saturo: poi, con un colpo di colpa, si trasforma in “festa” e diventa una gigantesca kermesse di “best of” insieme a qualche novità, un festival di festival che convoca i titoli migliori visti in giro per il mondo (ma inediti in Italia) e rinuncia a giuria e competizione, limitandosi al premio del pubblico. Un pubblico che, premiando François Ozon, si dimostra migliore di tante giurie dei festival internazionali che sistematicamente ignorano un autore centrale dell’oggi. Come si dice: il pubblico ha sempre ragione.

Quella dimensione popolare che l’iniziativa cercava sin dall’inizio Monda sembra averla trovata: un evento etimologicamente “per le persone”, poggiato sulla conoscenza del cinema americano del direttore, che scansa così altri sguardi e paesi lasciandoli volutamente fuori, ma allo stesso tempo evita gli stereotipi del “cinema d’autore” festivaliero che – ricordiamolo – non sono minori di quelli del cinema commerciale. Il maggiore esempio della strategia? Il film d’apertura: Soul di Pete Docter e Kemp Powers, l’ultimo titolo della Pixar, con la proiezione in sala che resterà una mosca bianca dopo la scelta della distribuzione in streaming su Disney+, che ne castiga la costante invenzione visiva. Ecco cosa si intende per congiuntura, che è drammatica per tutti e “fortunata” per coloro che hanno visto questi film in sala: in pochi li vedranno su uno schermo più grande della loro televisione. 

Sulle singole opere, come sempre, ognuno avrà le sue preferenze: tante e legittime le spaccature, i prendere o lasciare, le posizioni opposte che formano il dibattito. Come quello intorno ad Ammonite di Francis Lee, con la prova di Kate Winslet che è interpretazione da Oscar e/o ruolo di maniera. Il colpo di fulmine non ozoniano è Kajillionaire di Miranda July, che vince la sezione autonoma “Alice nella città”, conferma la statura della regista e consegna un personaggio memorabile interpretato dalla migliore Evan Rachel Wood di sempre. Ma siamo, appunto, nel personale. Sarebbe bello poi che un luogo di incontro cinefilo fosse anche lo spazio per l’esercizio della critica, per provare a leggere che cosa i film sono, chi i loro registi, come vivono nell’oggi e ci parlano, superando il meccanismo istintuale del like o dislike. Forse chiediamo troppo. Intanto nel nostro tempo tragico, in cui il cinema viene di nuovo oscurato, per dieci giorni Roma è riuscita a trattenerlo. Qualche frammento. Che non è poco.

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