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Berlinale 70. L’ultimo festival del mondo

venerdì 31 Luglio, 2020 | di Emanuele Di Nicola
Berlinale 70. L’ultimo festival del mondo
Berlinale
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Col senno di poi un racconto del Festival di Berlino, nei primi giorni della pandemia, come ne La maschera della morte rossa

Tra i poteri magici del cinema c’è la facoltà di prevedere il futuro. E si è conclusa proprio con un’immagine preconizzante la 70° Berlinale: quella di Baran Rasoulof, attrice e figlia di Mohammad Rasoulof, che mostra il cellulare con il volto di suo padre, il regista che ha vinto l’Orso d’oro con There Is No Evil. Rasoulof è in videochiamata, perché il regime iraniano lo ha messo agli arresti domiciliari, per propaganda contro lo Stato, a causa dei suoi film. Era sabato 29 febbraio 2020, nella sala stampa di Potsdamer Platz: non si poteva sapere, allora, che l’immagine virtuale di Rasoulof sarebbe diventata la norma, da lì a poco, nel regime di dissolvimento della figura vivente imposto dalla pandemia di COVID-19. È stato l’ultimo festival del mondo, la Berlinale. Parafrasando il titolo di un piccolo film di Alejandro Agresti, L’ultimo cinema del mondo, oggi è più che mai palese il carattere di “ultimità” della manifestazione: ci saranno altri festival internazionali, naturalmente, ma per ora non in quella forma, con sale piene e file per entrare, anche per i titoli più ostici, come avvenuto per la proiezione di Malmkrog, l’opera filosofica di 200 minuti di Cristi Puiu, vista nelle sede della Haus der Berliner Festspiele strapiena, colma di studenti, cittadini e gente comune. Eppure, alcuni segnali si erano avuti: nei giorni in cui il virus stava arrivando in Occidente, e in Italia, la Berlinale aveva stilato le norme di comportamento fuori da ogni sala, come l’indicazione di lavarsi con attenzione le mani e altre direttive elementari. Non si pensava, però, di vivere ne La maschera della morte rossa – il racconto di Edgar Allan Poe, in cui il principe si rinchiude nel palazzo, con i suoi amici, durante la pestilenza -, con la sala cinematografica al posto del castello. Non si pensava di assistere al festival finale del “vecchio mondo”. A risentirne sono e saranno in tanti: per primi, i fratelli Fabio e Damiano D’Innocenzo, che a Berlino hanno portato il film della consacrazione, Favolacce, che ha vinto l’Orso d’argento per la miglior sceneggiatura e che non ha visto la luce in sala, distribuito direttamente in streaming. Un vero peccato, perché la loro apocalisse di periferia riscrive le coordinate del “cinema de borgata” e, soprattutto, fa sospettare di aver trovato i nuovi registi trentenni in Italia oggi, ovvero quella generazione – ancora mancante – che viene dopo i cinquantenni Garrone e Sorrentino. I fratelli D’Innocenzo potevano esserlo da subito, col successo in sala dopo la premiazione, ma dovranno ancora aspettare. Possono farlo, tutto sommato, perché hanno idee e – in maniera ancora imperfetta – anche la capacità di lavorare sul linguaggio, per rinnovarlo dall’interno.

L’ultima Berlinale è stata anche la numero 70, un traguardo degnamente celebrato, e insieme la prima diretta da Carlo Chatrian. Il festival ha rinnovato il concorso – che non è stato un “Locarno due”, come insinuato da alcuni – e, allo stesso tempo, ha confermato il suo approccio laterale e di ricerca, quello che lo rende unico nel panorama festivaliero, ossia diverso tanto da Cannes quanto da Venezia. La squadra berlinese, infatti, “cerca”: dà l’impressione di un movimento costante, di non fermarsi alle solite logiche, di guardare dietro l’angolo – oltre il muro – per provare a intravedere cosa c’è un po’ più in là, uscendo dallo sguardo tradizionale. Da cinquant’anni è dedicata a questo la sezione Forum, il luogo dello sperimentale, ma la tendenza a “cercare” attraversa, in modo trasversale, tutti gli spazi del festival. Cercare le registe donne: non per una mera questione di quote rosa, ma per una politica seria di “gender balance”, che la Berlinale persegue, convinta che gli sguardi femminili siano costitutivi del cinema e non meritino meno del concorso. Ecco, allora, in competizione il film di Eliza Hittman, Never Rarely Sometimes Always – Gran premio della giuria -, la storia di una ragazza di diciassette anni, che va ad abortire, insieme alla cugina e migliore amica: al centro c’è un tema, inscenato però senza retorica, né politica, ma con la sola forza del racconto. Vero cinema indipendente americano, sempre in movimento, dietro ai suoi personaggi, “come nella vita”, che nei suoi momenti migliori sfiora perfino la lezione di Cassavetes. Ma il concorso è stato in grado di allestire tutte le tendenze del cinema contemporaneo, quelle “giuste”, che si riflettono nei premi della giuria presieduta da Jeremy Irons: il miglior regista è Hong Sang-soo, con The Woman Who Ran, e mai tributo fu più adatto, perché Hong è davvero uno dei migliori registi del nostro tempo – non solo della nicchia cinefila -, con il suo cinema post-rohmeriano, sempre uguale, eppure leggermente diverso, variante nelle sfumature, decisivo nei dettagli. Anche qui, c’è una donna: l’attrice prediletta Kim Min-hee, perché Hong sa bene che le donne sono migliori degli uomini, in quanto personaggi più interessanti, e consegna loro un mondo, quello narrativo. La migliore attrice è Paula Beer, per Undine di Christian Petzold, splendido film allegorico, che reinstalla il mito dell’Ondina a Berlino oggi, trent’anni dopo la caduta del Muro, per dimostrare che la mitologia è ancora possibile e la leggenda può rivivere, ma sempre con lo stesso finale. È un’altra immaterialità, quella di Paula Beer come Ondina, che sembra ma non è una donna, la cui parabola si conclude, inevitabilmente, con la scomparsa del corpo: come Rasoulof dal cellulare, anch’essa dissolve la carne e si smaterializza, offrendo un altro precog sull’attualità. A proposito di immagine virtuale, capita all’uopo Effacer l’historique di Benoît Delépine e Gustave Kervern – Orso d’argento -, commedia francese sull’iperconnessione, con tre personaggi – esilaranti o disperati, a scelta – incollati ai loro tablet, alle chat, alla dipendenza da serie. E non c’era ancora l’obbligo di stare a casa! Il miglior contributo artistico lo vince il direttore della fotografia Jürgen Jürges per Dau. Natasha, del russo Il’ja Chržanovskij, con la collaborazione di Jekaterina Oertel, singolo tassello di un progetto folle e affascinante che vive in schermi, musei e installazioni: ricreare il regime sovietico, riprodurlo scientificamente su altri supporti. Ed è proprio quel regime/Grande Fratello che imponeva la limitazione della libertà per il controllo sociale – nel film anche sull’amore. L’occhio pubblico che guarda i cittadini, ancora una volta, sarebbe tornato poco dopo, precipitando direttamente nel reale. Ma sarebbe fuorviante leggere un festival solo alla luce del futuro. Berlino è stato soprattutto un laboratorio per molti cinema possibili: dallo spessore di Kelly Reichardt in First Cow, amicizia non virile, nell’Ottocento, che fa lotta di classe con una mucca, al mondo a parte di Philippe Garrel in Le sel des larmes, il migliore titolo del festival, “il sale delle lacrime”. E poi il ritorno di Tsai Ming-liang con Rizi (Days), che riprende la finzione nel suo cinema impossibile e struggente, nei suoi piani sequenza infiniti, che vogliono rendere tangibile l’amore. Il lucido discorso sperimentale di Rithy Panh in Irradiés, sugli “irradiati” delle guerre, che porta un messaggio, ma lo fa con la frammentazione del “nouveau roman” alla Marguerite Duras. E l’Orso d’oro, naturalmente, tornando all’incorporeità di Rasoulof, che è diventata quella di noi tutti: il suo racconto dell’Iran in There Is No Evil è, invece, solido, un intreccio di storie che usa il film di genere – come il prison movie – per incidere l’affresco del regime. Tracce di molti cinema sono in tutte le sezioni: dalla neonata Encounters, col già citato Cristi Puiu, alla sezione Panorama, in cui svetta The Assistant di Kitty Green, fino alla retrospettiva dedicata a King Vidor e ai magnifici restauri. La sezione Forum andrebbe citata tutta, per il suo spirito libero e sperimentale, la costante ricerca al lanternino del nuovo, lo strano e il meraviglioso. D’altronde, basti il nome, “Forum”: è davvero un forum sulle immagini odierne e sulle loro possibilità.

La passeggiata dentro la Berlinale si conclude, sempre quel sabato 29 febbraio, nella sala periferica del Werkstattkino, dentro il Silent Green, in un parco che ospita un piccolo e suggestivo cimitero. Qui si proietta El tango del viudo y su espejo deformante – sezione Forum, ovvio -, film incompiuto di Raúl Ruiz, di cinquant’anni fa, ora rimontato e concluso dalla moglie Valeria Sarmiento. Ruiz, regista di caleidoscopi, inscena un vedovo perseguitato dallo spettro della moglie morta. La compagna del maestro cileno lo rimonta in uno “specchio deformante”, ovvero prevede un rewind che riavvolge la storia all’indietro e, dalla fine, la riporta all’inizio. In una manciata di minuti, emerge il genio barocco di Ruiz, fra trucchi, travestimenti, fantasmi finti e veri rimpianti. Il film si era interrotto per il colpo di Stato in Cile, che ha portato Ruiz all’esilio, nel 1973. Ora è possibile vederlo. Il cinema si è già fermato per colpa della Storia, ma poi è tornato. Ripartirà anche stavolta. L’ultimo festival del mondo si chiude in una speranza.

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