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57a Mostra Internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro

sabato 26 Giugno, 2021 | di Redazione Mediacritica
57a Mostra Internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro
Festival
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Il festival in pillole

AUGAS ABISAI di Xacio Baño – FRANCESCO GRIECO

Sorta di “ghost story” anfibia, tra la terra e il mare, il corto Augas abisai dello spagnolo Xacio Baño inizia come un’esplorazione naturalistica negli abissi acquatici, a oltre tremila metri di profondità, con il Melanocetus dai denti luminescenti a fare da protagonista, e prosegue invece come un viaggio delicato alla ricerca di una verità di famiglia, dolorosa e difficile da appurare. Quella riguardante un soldato diciassettenne nel 1938 e le lettere che scrisse dal fronte ai parenti, nelle poche settimane primaverili che separarono il suo arruolamento in fanteria dalla morte improvvisa. È la nipote del soldato, che è anche la nonna di Xacio Baño, a raccontare al regista la sua storia, con la voce fuori campo della donna che ricorda il momento in cui la propria genitrice, sorella del ragazzo, capì che aveva perso il fratello: si ritrovò in posta a ritirare due epistole contemporaneamente (di solito ne arrivava una soltanto) e a subire l’attacco di corvi per la strada. Xacio Baño allora proietta ad una velocità sempre maggiore ombre spaventose di pesci sul muro bianco della casa, come un simbolo di un legame sovrannaturale con l’aldilà. E nel 2019 il regista parte sulle tracce dell’antenato, di cui non era mai tornato indietro il corpo, arriva a Camarena de la Sierra dopo otto ore di auto, infine scopre che il suo parente franchista, a differenza dei nemici repubblicani, è regolarmente registrato all’anagrafe dei decessi. L’abisso della memoria è popolato da mostri.

EARTHEARTHEARTH di Daïchi Saïto – FRANCESCO GRIECO

Il progetto “Underground Mines”, a cura di Oona Mosna del Media City Film Festival, è dedicato al cinema analogico in 16mm e 35mm e mette in relazione registi attivi in Canada, tra cui il veterano John Price, con il territorio sudamericano. È il caso anche di Daïchi Saïto, di origini giapponesi ma fondatore a Montreal del collettivo artistico Double Negative. Sul sito della parigina Light Cone è possibile guardare in streaming alcuni cortometraggi di Saïto, che si è davvero superato nei trenta minuti di earthearthearth (da scrivere tutto in minuscolo, come una poesia di e.e.cummings). Si tratta di un film di rara potenza visiva e sonora, in cui un’eterogenea serie di interventi sulla pellicola, dal cross-processing alla solarizzazione, tanto per citarne solo un paio, dialogano perfettamente con le inquietanti improvvisazioni sonore del sassofonista Jason Sharp, guidate dal suo battito del cuore e dal suo respiro: come una drone music suonata da un alieno. Ne viene fuori un’esperienza ipnotica, dove il paesaggio del deserto di Atacama, sulle Ande cilene, ripreso per due settimane con una Bolex 16mm, rivela la sua essenza nascosta e il film sembra mostrarci un pianeta sconosciuto e pulsante, quasi un gemello altrettanto ferroso di Marte, tra duplici albe, soli neri che esplodono “in reverse”, tempeste psichedeliche di nebbia e polveri, perturbanti arcobaleni tricolori, gemmazioni di monti su monti. 

NO EXISTEN TREINTA Y SEIS MANERAS DE MOSTRAR CÓMO UN HOMBRE SE SUBE A UN CABALLO di Nicolás Zukerfeld – FRANCESCO GRIECO

Nella prima parte del film, Nicolás Zukerfeld, regista e critico cinematografico argentino, ci mostra uno straordinario montaggio “analitico” di innumerevoli scene tratte dalla sterminata filmografia di uno dei maestri del cinema americano classico, Raoul Walsh. Con un’attenzione al dettaglio e un gusto della classificazione non lontane da quelle dimostrate dal compianto Gustav Deutsch in Adria – Holiday Films 1954-68 (The School of Seeing I), ma applicandole a un corpus di film canonici, nel senso dell’appartenenza alla storia del cinema più studiata, e quindi non agli sconosciuti cineamatori cari al regista austriaco, Zukerfeld arriva alla radice del linguaggio cinematografico. Mette in luce la trasparenza e la perfezione dello stile registico di Walsh, ne elenca le ossessioni e i topoi ricorrenti (cavalli, pistole e fucili, cadaveri, cancelli, porte e finestre; pianisti, fuggiaschi, guardie e poliziotti di ogni epoca, solo per fare qualche esempio). La giustapposizione avviene sia tra immagini provenienti da film diversi del grande regista americano, sia selezionando e affiancando brevi sequenze all’interno dello stesso film, come in un trailer survoltato, fino a raggiungere effetti di loop. Il secondo capitolo del film chiarisce gli intenti reali di Zukerfeld: raccontare in primo luogo come la verifica della veridicità e dell’esattezza di una citazione accademica (la frase del titolo del film, attribuita a Walsh) può diventare un’esperienza mistica e ossessiva di perdita di sé o di smarrimento del senno, tra e-mail scambiate in piena notte da professori ed esperti di cinema (compreso Louis Skorecki, che liquida la questione così: “L’idea è che il cinema e semplice”) e una verità che si allontana sempre più, via via che la ricerca, iniziata senza troppe pretese, va avanti. Il sottile umorismo di Zukerfeld e la bellezza inarrivabile delle immagini dei film di Walsh rendono quest’opera davvero imperdibile, soprattutto per tutti coloro che sono affetti da qualche forma incurabile di cinefilia.

LES SORCIÈRES DE L’ORIENT di Julien Faraut – FRANCESCO GRIECO

Dopo il notevole John McEnroe – L’impero della perfezione, che vinse proprio alla Mostra Internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro nel 2018, Julien Faraut torna a giocare (nel senso più alto del termine) con il materiale d’archivio. Questa volta si dedica alla nazionale di pallavolo femminile giapponese, composta da operaie di una fabbrica che, a cavallo tra gli anni Cinquanta e i Sessanta, vinsero tutto, dai mondiali ai giochi olimpici, battendo ogni record con 258 vittorie consecutive. Dunque da un ritratto individuale molto sui generis qual era il film precedente, Faraut sposa la coralità di un racconto che, ovviamente, è anche una riflessione sulle immagini sportive e sulle potenzialità nascoste di significazione che esse nascondono, a livello sociale e di immaginario. Il felice mélange di immagini di repertorio, nuove riprese che mostrano le giocatrici come sono oggi e scene tratte dagli episodi della serie anime Mimì e la nazionale di pallavolo conquista, soprattutto per la precisione degli stacchi di montaggio e per l’uso spregiudicato di una colonna sonora a contrasto, in cui spicca il brano dei Portishead Machine Gun. Dando alle pallavoliste sopravvissute la possibilità di presentarsi e raccontarsi, Faraut intende liberarle dalle “fake news” che la stampa dell’epoca diffondeva, mostrando le atlete come delle “streghe” succubi di un allenatore sadico e perfezionista, Daimatsu “il demonio”, in realtà considerato lo sposo ideale da molte delle giocatrici, spesso orfane di padre. L’autoportrait di squadra conserva una certa opacità, e non è detto che sia un male, mentre tra sovrimpressioni, ralenti, aperture a iris, echi musicali di voice over e sinfonie di una città, Tokyo, con le sue fabbriche e i cantieri, durante le Olimpiadi del ’64, Faraut ci regala l’immagine di un mondo (e di un cinema) ormai perduto.

WHAT DO WE SEE WHEN WE LOOK AT THE SKY? di Alexandre Koberidze – EMANUELE RAUCO

“Tutto accade esattamente come deve accadere”, si dice nel film. Si potrebbe pensare che al cinema stia il compito di mostrare ciò che accade, ma per Alexandre Koberidze il compito del cinema è quello di far accadere ciò che deve essere mostrato, con ogni mezzo. What Do We See When We Look at the Sky è una sinfonia urbana che racconta questo, il lavoro che il cinema fa su stesso e sullo spettatore per mostrare la magia del racconto: una coppia di giovani si incontra ma non riesce più a rivedersi, per via di una specie di maledizione che li porta a dimenticarsi, finché appunto non compare il cinema. La voce fuori campo intesse, la macchina da presa guarda ciò che c’è intorno i protagonisti, oltre loro e la loro storia, la città che li circonda, il contorno che dà sostanza al nocciolo delle questioni: Koberidze gioca, cesella, divaga con un occhio al cinema muto e un altro alla modernità storica, apre piccoli e dolci squarci surreali nelle immagini, mette insieme con amore il campo lunghissimo e il primo piano, il sonoro e la sua assenza, le musiche e i dialoghi, ciò che si vede e ciò che si nasconde. È un film di dettagli, di riflessi, di effetti secondari, ovvero un film sul cinema, mentre le cose intorno accadono proprio come devono accadere.

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