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The Shock Labirinth: Extreme 3D

lunedì 28 Febbraio, 2011 | di Valentina Cauteruccio
The Shock Labirinth: Extreme 3D
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Un labirinto in 3D che non terrorizza mai
Il titolo ci preannuncia la visione di un horror girato in 3D, ma le cose spesso non sono come sembrano. Il film è realmente girato con l’aggiunta della terza dimensione ma sembra che il regista Takashi Shimizu sia interessato solo alla scoperta delle molteplici variazioni che questa dimensione in più porta piuttosto che all’elemento horror nella trama della sua pellicola.

Dimentica anche la suspense, l’ansia costante che porta nello spettatore il non sapere cosa stia per succedere o ancora di più, sapere che qualcosa presto succederà, a tal punto che spesso i personaggi di The shock labyrinth cercano di sembrare impauriti e terrorizzati ma in realtà allo spettatore sembra che non sappiano nemmeno loro di cosa dovrebbero aver paura. Il povero Ken torna dagli amici d’infanzia dopo anni di assenza e contemporaneamente ritorna anche la loro amica misteriosamente scomparsa nella casa del terrore (ma anche questa aimè non fa paura) di un luna park. Il quintetto di molti anni prima si ricompone e l’escalation mortale inizia con un viaggio a ritroso dove negli stessi luoghi convivono passato e presente e spesso l’uno uccide l’altro. Letteralmente. La trama non è molto originale. L’elemento zombie che non può mancare, come nemmeno i personaggi a cui il cinema giapponese ci ha lentamente abituati negli ultimi anni, non sono ciò che non fa decollare l’opera, ciò che penalizza la pellicola è la confusione tra elementi puramente estetici ma non funzionali, unicamente legati alla presenza della tridimensionalità, una sceneggiatura a cui sembra manchino dei pezzi e dei collegamenti e una quasi autocensura nelle scene che solitamente caratterizzano un horror. Infine l’aspetto da psico-thriller, inutilmente e sforzatamente inserito, risulta ancora più inutile quando il buon poliziotto svela al presunto killer, ma soprattutto allo spettatore poco brillante, tutti i retroscena di questa surreale esperienza appena vissuta, fatti di sensi di colpa e rimozioni. Viene quasi da ringraziare per l’ulteriore spiegazione di ciò che per tutto il film era stato esplicitato e sottolineato più volte, forse anche per questo il regista di The grudge (sia la versione nipponica che americana) si è dimenticato completamente dell’elemento terrorifico in un film definito horror.

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