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L’atelier

sabato 9 giugno, 2018 | di Juri Saitta
L’atelier
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Quante buone idee, che fuggono tuttavia
Durante la sua carriera, Laurent Cantet ha dimostrato di essere un regista interessato sia ad affrontare tematiche sociali riguardanti il lavoro (Risorse umane) e la multiculturalità presente nelle periferie (La classe) sia a descrivere personaggi ambigui e problematici (A tempo pieno).

Elementi che ritornano tutti insieme in L’atelier, film presentato al 70° festival di Cannes nella sezione Un Certain Regard. L’opera si svolge a La Ciotat (città del sud della Francia con un passato di cantieri navali e ora in crisi economica), dove alcuni adolescenti di diversa provenienza culturale frequentano in estate un laboratorio di scrittura tenuto dall’autrice di romanzi gialli Olivia Dejazet, la quale ha il compito di guidarli nella realizzazione di un libro thriller. mediacritica_l_atelier_290Tra le persone che frequentano il corso vi è anche Antoine, un ragazzo che durante le riunioni provocherà il gruppo con le sue affermazioni razziste e instaurerà un rapporto contraddittorio con la scrittrice. Un soggetto, quello del lavoro in questione, che contiene in sé tutti i punti cari al cineasta transalpino, dal ritratto di una figura problematica (Antoine, ragazzo dalle idee xenofobe e violente) alle questioni sociopolitiche, molto sentite dai personaggi, che spesso si confrontano sulla convivenza tra etnie diverse, sugli attentati terroristici e sui cambiamenti industriali che hanno attraversato la città. E a tutto ciò si aggiunge inoltre l’attenzione per il rapporto ambiguo tra Olivia e il ragazzo, una relazione apparentemente conflittuale, ma che cela in realtà una reciproca attrazione erotica, evidente nelle sequenze in cui i due si osservano e si spiano (da una finestra o dai Social Network) nei momenti più intimi e di seminudità. Ma nonostante i tanti buoni spunti, l’opera non riesce ad attirare l’interesse dello spettatore, soprattutto a causa di una sceneggiatura che non sviluppa fino in fondo le proprie idee, risultando perciò superficiale sul piano tematico e abbozzata su quello narrativo e psicologico. Qui, infatti, si ha la sensazione che tutto venga accennato (dal razzismo al desiderio sessuale) e nulla approfondito e analizzato. Carenze che non vengono compensate neanche dalla regia di Cantet, piatta e priva dell’energia, del ritmo e dell’intensità percepibili nei suoi lavori precedenti. Colpa anche di una certa prolissità, evidente nella durata eccessiva e nei troppi momenti inutilmente silenti e contemplativi.
Il risultato finale è quindi quello di un film freddo e poco coinvolgente, che non riesce a sfruttare e a coordinare bene le pur buone idee di partenza, facendo la fine di quei racconti sconclusionati scritti da autori che non riescono più a indirizzare al meglio le proprie ispirazioni.

L’atelier [id., Francia 2017] REGIA Laurent Cantet.
CAST Marina Foïs, Matthieu Lucci, Warda Rammach, Issam Talbi, Florian Beaujean.
SCENEGGIATURA Robin Campillo, Laurent Cantet. FOTOGRAFIA Pierre Milon. MUSICHE Bedis Tir, Édouard Pons.
Drammatico, durata 114 minuti.

L’atelier
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