Sotto la parrucca niente?
È la maledizioni di tutti i registi “minori”: sempre sottovalutati in attesa di riconoscimento futuro e con il dovere di soccombere ai “maggiori” anche quando li battono sul loro stesso campo. Prendiamo Eva, il nuovo film di Benoît Jacquot, per esempio, un regista che non ha mai paura di rischiare, osare ed eccedere e che finisce spesso frainteso o non compreso.
Stavolta si prende un doppio rischio: rifare l’omonimo film di Joseph Losey e scontrarsi sul terreno degli ultimi film di Polanski (Quello che non so di lei), Assayas (autore del citato film di Polanski, ma anche di Sils Maria e Personal Shopper che con quello formano una trilogia) e Ozon (Doppio amore).
Eva racconta del rapporto tra uno scrittore giovane che ha ottenuto il successo rubando il manoscritto di un vecchio scrittore e una escort matura che comincia a frequentare per trarre ispirazione per un nuovo romanzo. Materia tutt’altro che nuova quella del romanzo di James Hadley Chase adattato da Jacquot con Gilles Taurand con cui il regista francese affronta un remake come fosse un originale, lavorando sugli elementi del suo cinema recente come lo spiazzamento narrativo e visivo dello spettatore.
Come nel precedente À jamais, il regista lavora con grande perizia sulle immagini e i corpi degli attori per comunicare allo spettatore l’ininterrotto decentramento dei personaggi attraverso lo spazio visivo e narrativo, spostando di continuo il fuoco di quei personaggi, mutando continuamente la loro natura, il loro essere e le loro intenzioni: il racconto, proprio come nel finale del citato film con Mathieu Amalric o ancora di più in Tre cuori, cerca sempre una dissociazione, uno scarto tra ciò che sembra e ciò che è, tra il tono del racconto e quello delle immagini. E lo fa non solo per intrigare lo spettatore più esigente, ma soprattutto per raccontare personaggi che non trovano un posto nel mondo e lo cercano di solito nei luoghi, nei momenti e con i rapporti sbagliati.
Il contesto meta-letterario e meta-cinematografico, quindi tutto il côté teorico di Eva, è un po’ consunto, ma Jacquot sa condurlo con indubbia efficacia attraverso un racconto sorprendente e un’atmosfera fredda eppure seducente (fondamentale in questo la musica di Bruno Coulais), giocando coi colpi di scena che possono respingere lo spettatore – come in À jamais, appunto – ma che sono coerentissimi con il percorso stilistico del film, che segue con eleganza i personaggi attraverso una macchina da presa molto mobile per poi impazzire, nevrotizzarsi, divenire sincopato in pretesta della sua protagonista, Isabelle Huppert. Sempre uguale a sé stessa e sempre diversa, esattamente come la sua Eva e i suoi giochi di abiti, acconciature, trucchi. Ma proprio in virtù di questo amore per il rischio Jacquot si ritrova spesso i suoi film fischiati e derisi – come all’ultima Berlinale – mentre lo svogliato film di Polanski, i manierismi di Assayas o il tremendo pasticcio “trash” di Ozon svettano tra i cinefili per interpretazioni teoriche. Pazienza, il tempo sarà (forse) galantuomo.
Eva [id., Francia 2018] REGIA Benoît Jacquot.
CAST Isabelle Huppert, Gaspard Ulliel, Julia Roy, Richard Berry.
SCENEGGIATURA Benoît Jacquot, Gilles Taurand. FOTOGRAFIA Julien Hirsch. MUSICHE Bruno Coulais.
Drammatico, durata 100 minuti.