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Taxi Teheran

sabato 29 Agosto, 2015 | di Michele Galardini
Taxi Teheran
In sala
1
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Combattere il potere con l’arte: Panahi il ribelle
Due telecamere leggere, un cellulare, amici, parenti e un taxi, tanto basta a Jafar Panahi per realizzare il suo ennesimo film da recluso, vittima del regime iraniano. Il regista interpreta se stesso nelle vesti inedite di autista che accoglie, dentro il suo mezzo, personaggi più o meno vicini a lui: dal piccolo venditore di film piratati, suo grande fan, alla nipote che lo adora fino a due donne in ritardo per un rito per loro vitale.

Dopo aver esorcizzato le sue paure in This is not a film, vera prova di coraggio per un artista imprigionato dentro le mura domestiche, e aver liberato i personaggi intrappolati dentro la sua mente con Closed Curtain, Panahi, ormai estremamente consapevole della sua condizione,mediacritica_taxi usa l’arma dell’ironia per raccontare il suo paese. Semplicemente attraversando il viaggio e la parola, due elementi che hanno caratterizzato molto del grande cinema iraniano degli ultimi anni (Il sapore della ciliegia e Il vento ci porterà via, entrambi di Abbas Kiarostami, sono solo i due esempi più nobili), Panahi mette sul piatto le grandi contraddizioni dell’Iran contemporaneo dove coesistono riti ancestrali (lo scambio dei pesci delle sorelle) e insegnamenti totalmente anacronistici (le lezioni di cinema dell’insegnante della nipotina). Senza mai fare mistero della realtà che sta dietro la finzione, e viceversa, l’autore si pone letteralmente alla guida del futuro suo e del paese, dimostrando una volta su tutte l’assurdità di un potere che continua a legiferare senza il minimo rispetto per l’essere umano e la libera espressione. Per questo, da tempo, già da Lo specchio (1997), Panahi ha abbandonato una narrazione fatta di pura finzione preferendo afferrare gli eventi per come si succedono durante la vita sul set: quando poi ha dovuto rinunciare anche al set stesso l’unica scelta possibile, per eludere la follia, era fare della propria prigione il luogo dove mettere in scena i suoi demoni. Taxi Teheran è l’ennesimo atto di coraggio giocato con grande padronanza dei mezzi espressivi e delle potenzialità dell’immagine cinematografica, sia pure realizzata con una webcam o con uno smartphone. Il cinema di Panahi è ontologicamente inafferrabile, sfugge ai controlli e arriva clandestinamente nei festival, dove riesce sempre a ricevere un premio (qui l’Orso d’Oro alla 65° Berlinale), si insinua nel tessuto urbano nascondendosi nelle ombre dei palazzi o muovendosi ininterrottamente fra le vie di Teheran, sembra chiuso fra due camere fisse messe sul cruscotto e all’improvviso si stacca entrando in un altro supporto, come nella scena in cui la nipote ha un dialogo con un altro bambino. Se l’arte è anche ribellione nei confronti del potere, Panahi è a capo di una congiura: ci mette il nome, protegge gli altri garantendo loro l’anonimato, sfida i suoi persecutori a viso aperto, lotta per un mondo libero e aperto alla bellezza.

Taxi Teheran [Taxi, Iran 2015] REGIA Jafar Panahi.
CAST Jafar Panahi.
SCENEGGIATURA Jafar Panahi. FOTOGRAFIA Jafar Panahi.
Genere “Jafar Panahi”, durata 82 minuti.

One Comment

  1. Alessandro says:

    Tutto molto giusto: Panahi è un uomo coraggioso e a Berlino hanno premiato il suo coraggio e il suo amore per il cinema. Però il film non è riuscito, a cominciare dal fatto che gli “ospiti” del taxi sono parenti e amici del regista che recitano un copione. Film sopravvalutato per la storia personale del suo artefice.

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