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Il padre d’Italia

sabato 11 Marzo, 2017 | di Michele Galardini
Il padre d’Italia
In sala
3
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Note dalle macerie
Paolo, a dispetto della banalità del nome, è alla ricerca di una vita speciale: ha appena rotto col compagno e sta per lasciare anche il lavoro in un’azienda di arredamento. Incontra Mia che, a dispetto dei capelli arancioni e della carriera di rockstar di provincia, vorrebbe solo trovare un padre al bambino che porta in grembo. Partono insieme da Torino e viaggiano per centinaia di chilometri verso sud, senza una meta precisa ma con qualcosa da scoprire.

I due migliori attori, uno per genere, che il cinema italiano riesce a esprimere oggi sono Luca Marinelli e Isabella Ragonese. Stupisce, dunque, di vederli duettare in un film piccolo e intimo come Il padre d’Italia, che non cerca di imporsi con clamore ma lavora sotto la superficie delle immagini per parlare di questioni morali. Il tranquillo Paolo e l’esuberante Mia sono personaggi agli antipodi, mediacritica_il_padre_d_italia_290caratteri destinati a incontrarsi e scontrarsi; ognuno spera di trovare l’altro, per riempire il vuoto lasciato da un abbandono, per lenire le ferite di un rifiuto. Per raccontare questa storia, che parla di sessualità e necessariamente anche di libertà, Fabio Mollo si concentra sugli attori: desatura Marinelli della romanità coatta e di tutto quello che era il personaggio dello Zingaro di Lo chiamavano Jeeg Robot riportandolo alla misura dell’ingiustamente sottovalutato Tutti i santi giorni; colora la Ragonese con acquerelli rabbiosi, recuperando e superando l’urgenza istintiva di Tutta la vita davanti. Ma un film non può appoggiarsi interamente sulle spalle degli attori perché una storia che scricchiola precede il crollo dell’intero edificio filmico, inquilini compresi. Così la palese incongruità di alcuni passaggi (i due che restano fermi in mezzo al nulla e un secondo dopo sono a pranzo con i parenti di lei) e le numerose scene di “risvegli”, fanno dapprima pensare a un road movie onirico – al quale si perdonerebbe quasi tutto – ma quando diventa palese il tentativo di costruire una storia profondamente ancorata nel reale la crepa che pensavamo irrilevante si allarga fino a distruggere i muri portanti. Dal crollo di salva qualche oggetto di affezione come l’ingenua vitalità di Mia e la potenza espressiva delle prime sequenze: il resto resta sepolto sotto macerie dalle quali, come un cuore rivelatore, emergono le note di Non sono una signora e la voce inascoltata di Marinelli che chiede, per pietà, di non fargli più cantare quella canzone.

Il padre d’Italia [Italia 2017] REGIA Fabio Mollo.
CAST Luca Marinelli, Isabella Ragonese, Anna Ferruzzo, Federico De Cola.
SCENEGGIATURA Fabio Mollo, Josella Porto. FOTOGRAFIA Daria D’Antonio. MUSICHE Giorgio Giampà.
Drammatico, durata 93 minuti.

3 Comments

  1. Yeah! says:

    Ha i suoi innegabili difetti (fondamentalmete quelli che il recensore ha analizzato), ma ho trovato anche che abbia altrettanto evidenti punti di forza, e, senza sopravvalutarlo, ho trovato che nel complesso però funzioni; soprattutto a livello espressivo e per come fa emergere e racconta il rapporto tra due solitudini; è molto più forte e riuscito da questo punto di vista che sulla parte più “sociale”

    • Galadrums says:

      Ma è un incontro che va avanti per strappi, per accenni di cinema. Purtroppo non son riuscito a seguirlo nel suo procedere verso una risoluzione che doveva essere strabiliante e invece a me è sembrata l’ennesima forzatura!

      • Yeah! says:

        Sul finale debole sono d’accordo, è una di quelle cose che metterei tra i difetti del film; l’avanzamento a strappi invece l’ho trovato adeguato per raccontare il loro incontro e l’evolversi del loro rapporto; essendo due persone sole, ferite, depresse e in qualche modo sulla difensiva funziona secondo meglio una narrazione rapsodica come questa che un racconto più lineare; Diciamo che forse il difetto del film è quello di voler trattare troppe tematiche, se si fosse concentrato più sulla parte intimista del rapporto tra i due sarebbe stato forse meglio

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