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No Time to Die

mercoledì 13 Ottobre, 2021 | di Gianlorenzo Franzì
No Time to Die
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James Bond è morto, evviva James Bond 

La creatura di Ian Fleming è dal 1962 uno degli eroi di maggior successo e conseguentemente più trasversali di sempre, oltre ad aver inaugurato il franchise più longevo di quelli tuttora in attività: 007 approda infatti su grande schermo con il volto di Sean Connery con Licenza Di Uccidere, mostrandosi fin dall’inizio fieramente pop e iconico con il bikini bianco di un’indimenticabile Ursula Address, moderna Venere nascente dalle acque. 

Sono ben 25 le opere di lungometraggio con protagonista l’agente con il doppio zero, oltretutto cadenzate con regolarità in sala e tutte prodotte dalla Eon Productions (tranne le tre “fuori serie”, Casino Royale del 1954, James Bond- Casino Royale del 1967 e Mai Dire Mai del 1983). 

No Time To Die rappresenta senza dubbio uno spartiacque non da poco. Prima di tutto perché racconta l’ultima avventura di Bond (ovviamente non firmata da Fleming)  e l’ultima interpretata da Daniel Craig che, con Casino Royale, aveva iniziato il reboot nel 2006. In effetti, lo 007 di Craig è un Bond per il nuovo millennio, non solo dal punto di vista narrativo: l’attore che probabilmente più di tutti è riuscito a scrollare di dosso al personaggio la pesante eredità di Connery ha fatto sì che l’agente segreto riuscisse a svicolare da quella marea di canoni e sovrastrutture metanarrative che avevano lentamente ingabbiato la saga stessa in una sorta di coazione a ripetere, tra cliché e avventure ridondanti.

Proprio per questo, nel nuovo millennio diversi erano stati i personaggi delle spy story tra cinema e tv che avevano tentato di aggiornare Bond riprendendone le caratteristiche generali ma declinandone l’interiorità differentemente, facendo sì che dopo cinquant’anni si potesse raccontare il mondo delle spie in maniera più attuale e coerente: da Jack Bauer del serial capolavoro 24 fino al Jason Bourne cinematografico, le metodologie si erano portate avanti iniettando nelle storie violenza e pulsioni sessuali (da sempre tenute sottobanco), mostrando al pubblico un personaggio più realistico che non aveva paura di sporcarsi le mani.

Il Bond di Craig ha fatto tesoro degli insegnamenti ma soprattutto ha saputo conciliare le suggestioni della modernità con il canone di Fleming: una spia killer con un codice morale cristallino ma non sempre inflessibile, disposto a venire a patti con i suoi modi ma specialmente con la sua coscienza. L’action di Cary Fukanaga sa di essere l’ultimo capitolo di un’epoca, e allora parla del “tempo” fin dal titolo: un tempo che non esisteva per lo 007 di Sua Maestà, vivendo esistenze separate in ogni film, scollegate dalla continuity. Ma che invece, proprio con l’arrivo di Daniel Craig, ha iniziato a costruire un arco narrativo personale, dilatato ma presente, e che con Sam Mendes in Skyfall decostruiva la leggenda e stilava un bilancio esistenziale, e in Spectre restituiva umanità al protagonista dotandolo di una sensibilità più lontana dall’eroismo tout court ma più crepuscolare, sfumata.

Arrivato al capolinea, No Time To Die  risente notevolmente dei tagli di sceneggiatura e delle tante mani al lavoro, con il risultato di una mancata organicità dell’azione. Ma soprattutto è insieme la somma dei cambiamenti di 007 nel nuovo secolo, il massimo sfregio alla tradizione machista e contemporaneamente la chiusura di un cerchio (che verrà riaperto con un altro attore ma di certo con storie che scavalcheranno la tragica dipartita di Bond): certo, 2 ore e 40 di film sono troppe e contengono troppi passaggi che girano a vuoto. Il suo riprendere tutti i clichè della saga per celebrare Bond da una parte funziona a livello metatestuale dall’altra stanca dal punto di vista narrativo. E non che No Time To Die non abbia sequenze che funzionano benissimo: tutto l’incipit è perfetto, oltretutto rappresenta forse la prima partenza di un film di Bond senza Bond. 

Gli inseguimenti a Matera, la sigla ormai classica dei titoli di testa, i trucchi di M e di Q, tutto fila liscio finchè, a metà film, qualcosa si inceppa: sembra che la storia sia costretta a dover finire in quel modo lì, e allora tutto smette di girare intorno alle idee e lo script si mette al servizio del tema, costretto a seguire un villain buono ma non abbastanza efficace, lo splendido Blofield di Christopher Waltz che anche lui (ahinoi) deve concludere il suo ciclo. Ed ecco dove il percorso del Bond di Craig, dopo cinque film, si arena (quando doveva mostrare la forza che ha dimostrato finora), barcollando nel più classico dei complotti e – cosa ancor più grave – tornando nelle atmosfere rigidamente incanalate nel flusso narrativo più stantio. 

Certo è che tutto il primo atto è bellissimo, con Fukanaga che sa riflettere sulle ombre del passato (ossessione ricorrente negli ultimi cinque Bond film) e su come sia meglio lasciare andare i propri ricordi, bruciandoli come si fa con un figlio di carta: ed è un corto circuito interessante il fatto che proprio la seconda parte del film impari la lezione e dimentichi quanto di buono Craig aveva fatto. 

Proprio per questi motivi No Time To Die sarebbe stato perfetto nel suo essere – contrariamente a quel mito di mascolinità tossica che vuole James Bond intoccabile e inscalfibile sul piano emotivo – la storia tragica di un uomo che soffre e muore per amore, che perde tutto (amante, figlia, amici, fino alla vita) e non ha la possibilità di un riscatto. 

Ma sarebbe stato ancora meglio se l’antagonista Lyutsfer Safin di Rami Malek avesse tenuto quella maschera che porta all’inizio, mostrando un supercattivo realmente inumano e credibilmente spaventoso, invece di afflosciarsi su un recitato in sottrazione che non può competere con il villain di Javier Bardem in un altro 007 illustre (il bellissimo, citato Skyfall).

Nonostante questo, dunque, ci si deve arrendere all’evidenza e accontentarsi che No Time to Die mette la parola fine a uno dei rapporti più intensi ed emozionanti che il personaggio creato dalla penna di Sir Fleming abbia mai visto, quello tra Craig e il suo superagente dal doppio zero che probabilmente sarà, per le produzioni future, un punto di non ritorno per la rappresentazione di James Bond.

  • No Time to Die [id., UK, USA, 2021].
  • REGIA Cary Fukunaga
  • CAST Daniel Craig, Rami Malek, Léa Seydoux, Lashana Lynch, Christoph Waltz
  • SCENEGGIATURA Cary Fukunaga, Neal Purvis, Robert Wade, Phoebe Waller-Bridge
  • FOTOGRAFIA Linus Sandgren
  • MUSICHE Hans Zimmer
  • Azione, durata 164 minuti

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