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Conversando con Robert Guédiguian

giovedì 8 Dicembre, 2011 | di Roy Menarini
Conversando con Robert Guédiguian
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Incontrare Robert Guédiguian ti fa sentire più coraggioso, e ti ricorda il valore dell’indignazione. Era stato ospite a Gorizia durante il Premio Sergio Amidei nel 2010, vincitore del Premio all’Opera d’Autore. Avevamo girato tutta la città in cerca dei sigari cubani che apprezza tanto ma poi aveva chiesto di sedersi nell’osteria dall’aspetto più popolare, masticando il sigaro e cianciando un italiano imparato alla buona durante trascorsi da militante nel nostro paese.

Ora lo incontriamo di nuovo, stavolta a Bologna, accompagnato dalla compagna e attrice di sempre, Arian Ascaride, se possibile ancora più gentile di lui (che è squisito, ma prima bisogna un po’ scontrarsi con la sua corazza da marsigliese puntuto). Le nevi del Kilimangiaro lo ricolloca ai vertici del cinema d’autore internazionale, e mostra anche una vitalità politica sorprendente.guediguian

Partiamo subito da questo elemento: i protagonisti, che quasi si vergognano del proprio imborghesimento (ma in verità sono persone impegnate e pienamente di sinistra), fanno scelte sorprendenti, al limite del fiabesco, ha detto qualcuno.

Beh, anzitutto il film è tratto da un poema di Victor Hugo, Les Pauvres gens, per cui – sia pure alla lontana – ci siamo ispirati a quella storia. Poi credo che sia proprio questa la contraddizione: l’idea stessa che le scelte che compiono i miei personaggi appaia fiabesca la dice lunga sulla sensazione di perdita e di annullamento che abbiamo oggi. Voi in Italia state messi male: è andato via Berlusconi, certo, ma siete governati dalle banche, e così la Grecia. In Francia non ne parliamo. Ci libereremo di Sarkozy, ma la sinistra non è tale, e Hollande è il nulla assoluto. Il capitalismo ci ha martellato la testa fino a far credere che ogni soluzione sia comunque e sempre entro i confini del capitalismo stesso.

Nel film tira aria di Fronte Popolare. E’ un riferimento che accoglie?

Certamente. Non me ne vergogno. E posso anche citare in particolare il cinema di Duvivier entre deux guerres, e ancora di più La bella brigata. Ovviamente i tempi sono cambiati, però credo che non si tratti di rivangare il marxismo per come era o esperienze del passato in quanto tali. I miei personaggi agiscono secondo un comune intento solidale e proletario, in cui credo molto. Con ciò analizzo al tempo stesso le contraddizioni di oggi, attraverso il personaggio dell’operaio precario che compie una rapina. Per lui non c’è più politica, così come per molte nuove generazioni. Eppure quel che dice dei sindacati forse non è sbagliato: è necessario ascoltarlo. Forse bisogna raccogliere il compito di ripoliticizzare queste persone. Ma non è facile. E allora, nel pessimismo diffuso, vale la pena secondo me offrire una via d’uscita narrativa, una speranza. E nel film ci sono altre figure che contraddicono le scelte dei due coniugi, a cominciare dai loro stessi figli, increduli e più pratici.

Alcuni commentatori sono stati sorpresi dalla mancanza di immigrati nel film. Perché?

Deve essere il mio primo film senza personaggi di colore. Certo, fin dall’inizio si capisce – dall’estrazione dei nomi che andranno in cassa integrazione – che ci sono persone di origine armena come me, italiana, nordeuropea etc. Però non volevo caricare il film di un peso diverso, con il rischio di essere letto come “pamphlet sull’immigrazione”. Dovevo rimanere entro la classe proletaria bianca marsigliese, altrimenti avrei perso il punto di vista. O almeno è quello che abbiamo cercato di fare col mio consueto co-sceneggiatore, Milesi.

Insomma, che ne sarà della classe operaia? Andrà in Paradiso?

Non se si suicida come sta facendo ora. Tutti i gesti politici sono gesti intellettuali, e viceversa. Si deve cominciare a metterli in pratica.

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