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Room 237

lunedì 25 Giugno, 2012 | di Carmen Spanò
Room 237
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Cose che voi spettatori…
… di certo non avete mai notato. L’avrete pure girato in lungo e in largo quell’enorme hotel sperduto tra i monti del Colorado, seguendo i percorsi sinuosi di un bimbo col triciclo, ma il perché della follia omicida di un uomo nei confronti della sua famiglia si è perso negli angoli bui dei labirintici corridoi di un luogo “impossibile”.

A provare a far luce sulle “verità” racchiuse nella foschia di una narrazione multistrato, un documentario atipico e intrigante, a metà strada tra il rigore del commento analitico e la soggettività della re-interpretazione creativa. Room 237, cinque voci narranti per il regista/montatore Rodney Ascher, è un’incursione poliedrica nell’universo estetico, stilistico e simbolico di un “masterpiece of modern horror”, un ragionamento collettivo sul perturbante che – cifra peculiare dei mondi immaginifici concepiti da Stanley Kubrick – in Shining assume le sue forme più cupe e compiute. In prima linea troviamo le letture allegoriche di Bill Blakemore e Geoffrey Cocks. Il primo punta sul genocidio degli Indiani d’America, il secondo risponde avvalorando la tesi dello sterminio ma sostituisce la tragedia dei nativi con l’incubo vissuto dagli ebrei nella Germania di Hitler. Dubbi? Fatevi un giro in dispensa, osservate bene i dipinti alle pareti e i disegni disseminati sugli oggetti, riflettete sulle parole pronunciate dai personaggi, prestate attenzione ai numeri che spuntano in tv e sulle superfici delle porte: alla fine, quel sangue grondante da un ascensore chiuso lo dispenserete equamente tra entrambe le etnie. Kubrick, però, amava sperimentare tra rimandi e contaminazioni, e uno sguardo ammonitore sul passato – pur nell’alto valore significante della cornice simbolica che lo contiene – non poteva che peccare di incompletezza… Jay Weidner dixit. Oltre la ricchezza metaforica dei suoi intrecci narrativi, Shining diventa un viaggio che sa di futuro, un’opera che strizza l’occhio allo spettatore dall’interno della terribile stanza 237, spazio-simulacro di un set complementare al quale il geniale Stanley stava lavorando in vista della ricostruzione (finta) di un evento (vero): lo sbarco dell’uomo sulla luna. Troppo fantascientifico? Eppure le evidenze si trovano, e si dipanano come traiettorie alternative di un racconto modulato su un’orditura di infinite variazioni e ripetizioni. In realtà, solo quando Room 237 sceglie di scavare nelle maglie di questi grovigli inter e intra-testuali – con buona pace di indigeni, nazisti e astronauti – affascina e intriga come non mai. Diventando tutt’uno con l’oggetto delle proprie analisi (si pensi alla suddivisione in blocchi realizzata con la medesima titolazione visiva di Shining), dà del perturbante di cui sopra esemplificazioni formali e contenutistiche che ne dispiegano l’impronta magica e ipnotica. Così, ci piace perderci nelle ricostruzioni geometriche che Juli Kearns fa dell’architettura irreale dell’hotel accompagnando Danny nel suo cammino esplorativo; e ci stuzzica confonderci davanti all’idea sulla “specularità onnicomprensiva” che John Fell Ryan ritrova nel confronto tra proiezione lineare e proiezione all’indietro del film. Sono strade di suggestiva tortuosità, che emulano i collegamenti sinaptici della mente (di Kubrick?) e, come in un labirinto, permettono di scandagliare lo stesso perimetro opzionando direzioni molteplici. Si, Shining vive di vita propria vomitando immagini che si innestano sugli echi prodotti da immagini ad esse simmetriche; si, Shining è un repertorio di corrispondenze che attraversa la filmografia kubrickiana “vampirizzandola”. Ma è anche molto di più. Room 237 ne rende conto: insiste sull’accumulo degli indizi (veri o presunti poco importa, post-modernismo docet) fino a scomporne il sottostante schema delle reiterazioni ma nel farlo cade, inevitabilmente, in un altro schematismo: quello della visione maniacalmente ripetuta. Nel cuore di questo cortocircuito tra sguardo e oggetto risiede il segreto della fascinazione di un testo inesauribile, il suo potere manipolatorio, veicolato in una spirale di “gioco delle parti” che (con)fonde chi guarda con chi è guardato. Perché decidere di penetrare il mistero della narrazione artistica significa “naufragare dolcemente” tra le onde scomposte e avvolgenti del “mare” sconfinato della soggettività.

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